Perchè impertinente

Impertinente

 

 

 

Forse l'aggettivo più addatto alla nuova discussione che deve animare la società del 2.0, in un'epoca dove gli orientamenti si sono talmente confusi da diventare realismo politico allo stato puro è: impertinente.

Un mondo che vive ancora degli incubi di quello che Eric J. Hobsbawm definiva il “Secolo Breve”, ma che si è rilevato eterno e attuale.

Impertinente, perché il politically correct non calza più alle nuove generazioni che hanno voglia di gridare e di allontanarsi da quel partitismo che ha devastato tutto e tutti, che ha obliato la coscienza e la cultura nel nome di un cosmopolitismo mai accettato e mai condiviso, tanto da ricercare anche lo spirito legionario che reclama la “fedeltà più forte del fuoco”.

La varie ideologie, morte con la caduta del Muro di Berlino, ancora oggi tentano di fagocitare teorie e teoremi tipici della Guerra Fredda, tentando di vietare spazi di dialogo e di opportunità politica a chi non la pensa come loro, di limitare lo spazio libero del “per Sè” sul fronte della vita e della morte.

Il nuovo mondialismo, tipico di un'aristocrazia mentale ed economica, cerca di limare queste differenze creando un'unicità sia nel pensiero sia nelle chiavi antropologiche dell'essere umano, dove tutto quello che il passato porta con sé deve essere annichilito in nome di un'obsolescenza che non da scampo a niente e nessuno.

Non più maschi e femmine, ma *; non più credenti e atei, ma figli di un pensiero che annulla tutti i valori supremi, anche quelli di un laicismo che apriva alla libertà di pensiero e al confronto sereno con gli altri.

Tutto diventa mercato, tutto si trasforma nei termini della mediocrità innalzata a supremo altare dove solo l'impertinente si staglia, anche a discapito del sacrifico

«Per fare il bene, in poche parole, occorre sopportare la sofferenza». Non accettare la sofferenza è male. È un principio che non conosce eccezioni”, le parole del maestro Zen Ittei, chiariscono la difficoltà di un mondo che tende a ricercare la felicità, la sapienza, allontanando da sé il dolore stesso del confronto.

Non sono d'accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu lo possa dire”, questa frase attribuita a Voltaire sembra avere perso ogni senso, soprattutto oggi, in un mondo dove l'estremismo sta mostrando il suo lato più duro e variabile.

Un volto che non sempre è quello di chi si fa esplodere in nome di una qualsiasi divinità, o che brutalizza uomini e donne in nome di una santità che ha perso oggi tutto il suo significato.

Il nuovo secolo, in altre parole, si affaccia a una nuova fase illuministica che non ha la ragione come sentimento preponderante, ma che vieta passione e pulsioni in nome di una ragionevolezza, in nome di quella veridicità che nulla ha a che fare con la verità che l'umanità cerca.

La cultura di oggi non ha mostrato nient'altro che il suo fallimento, generando tribù di trogloditi informatici che ancora cantano e ballano al suono di inni “sovietici” e con lo smartphone in mano gridano a squarciagola “bella ciao”.

Tutto in nome di quei valori che neanche conoscono, che non hanno mai studiato e che generano solo confusione, che confondono comprensione con giustificazione e che negano il tributo millenario che l'occidente ha dato a tutta la Terra.

Impertinente, infatti, vuole dire negare quel sincretismo culturale e filosofico che vuole tutto simile e uguale, ha il preciso significato e la perfetta rappresentazione di chi oggi tenta di salvare l'esistenza che non sia costituita da formule, ma esempi, senza cadere nella demagogia e nel materialismo che il mondo massificante vuole creare.

L'impertinente è colui che, davanti alle macerie, crea, trasforma, transvaluta i valori dello spirito e della vita, colui che si orienta per “fortificare mediante l'aderenza a dati principi, ecco il vero problema”.

 

 

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