Cultura

Il libro. I ribelli degli stadi

 

 

di Antonio Virduci - «Nell’epoca dell’inganno universale dire la verità è un atto rivoluzionario»: il saggio sul mondo degli ultras dal titolo “I ribelli degli stadi” si apre come meglio non potrebbe, ovvero con le parole di George Orwell, rendendo quindi quasi fisiologico per noi di Stanza 101 accogliere con benevolo interesse l’ultima opera del giornalista Pierluigi Spagnolo che si è cimentato stavolta nel tracciare genesi, vita e indirizzo di un movimento, giovanile ma non solo, nato nella Penisola quasi in contemporanea con il ’68, se proprio non volessimo considerarlo come una gemmazione di quest’ultimo.

L’obiettivo di un saggio scritto molto bene ed illustrato da una miriade di foto d’epoca e che già di loro costituiscono una gradevole chicca, è quello di combattere i soliti stereotipi dell’ultras ignorante e violento, in altre parole brutto, sporco e cattivo e come tale da emarginare dalla società e possibilmente sbatterlo dentro come ormai si intende fare con delle leggi durissime e che soprattutto comportano una responsabilità penale che può colpire tutti e non solo l’autore del fatto. Roba, insomma, da regime sudamericano che però il politicamente corretto ha fatto suo, sulla scorta del tanto sponsorizzato modello inglese.

Si parte dalle origini, con sconfinamenti nella storia antica, vedi gli scontri con morti e feriti tra pompeiani e nocerini qualche anno prima della nascita di Cristo, per passare subito alla fine degli anni ’60 con la nascita dei primi gruppi organizzati, continuando con gli anni ’70, epoca di forte conflittualità politica nella Penisola e che si trasferisce ben presto negli stadi, con l’introduzione di simboli che nulla avrebbero a che vedere con lo sport ma che comunque cementano l’unità all’interno dei gruppi, e poi le prime trasferte di massa, i primi morti, leggi Paparelli nel 1979. Quindi gli anni ’80 che rappresentano assieme ai primi del ’90 il momento di massimo splendore del movimento ultras italiano, con la diffusione di riviste ad hoc (Supertifo su tutti), stadi strapieni e coreografie indimenticabili.

Quindi l’avvento del vituperato “calcio moderno” ai primi degli anni 2000, pertanto le prime partite in serale, inizialmente vissute come vetrina e quindi opportunità per mostrarsi per una sera come i protagonisti visto che se ne disputava una sola a settimana con tutte le altre tifoserie sedute in poltrona. Si sa come è andata finire, con il sistema “spezzatino” e partite a tutte le ore di qualsiasi giorno della settimana. Il 2007, l’annus horribilis per gli ultimi romantici del calcio, con la vicenda Raciti e del tragico derby Catania-Palermo e sul finire dell’anno la morte del tifoso laziale Gabriele Sandri, ucciso da un poliziotto. Un pandemonio sugli spalti, sulle strade e sui media che scatena la fase massima di repressione da parte dello Stato. La fine della militanza ultras da parte di tanti, la fiera e indomita resistenza di pochi. Davvero interessante, riguardo questo tema, la tesi di Spagnolo e prima ancora del sociologo Valerio Marchi, degli stadi divenuti in questa fase una sorta di «palestra-laboratorio della repressione», con delle misure pressoché discrezionali come il Daspo che nella primavera appena trascorsa sono state introdotte dal governo Gentiloni anche fuori dagli impianti, leggi «Daspo urbano» o dei “limiti alla movida selvaggia”, come lo definiranno i giornali. «Leggi speciali: oggi contro gli ultrà, domani in tutta la città», l’inquietante premonizione, d’altra parte, era stata prevista dagli stessi tifosi in tempi non sospetti.       

Eppure nemmeno il sistema calcio moderno, tutto appiattito nei confronti del padrone del vapore, leggi pay-tv, in fin dei conti può fare a meno del tifo nelle curve, tanto che questi stadi sempre più vuoti (le statistiche snocciolate in modo molto efficace da Spagnolo lo rendono evidente) costituiscono un problema anche per le tante telecamere sparse sul campo di gioco nemmeno fossero palloni. Il senso di vuoto che sgomenta il telespettatore nell’assistere seduto sul divano allo spettacolo offerto in tv necessita rimedi, a volte grotteschi, tipo gli spalti dello stadio di Trieste coperto con dei teli che raffigurano il pubblico, o i sediolini colorati dell’impianto di Udine.

In conclusione, il calcio non può fare a meno dei tifosi, altrimenti muore gradualmente, cosa che sta effettivamente accadendo.

Scheda tecnica:

Titolo: I ribelli degli stadi. Una storia del movimento ultras italiano.

Autore: Pierluigi Spagnolo

Ediote: Odoya.

Pg 280.

Prezzo: 16 euro.

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