Cultura

Salviamo la Transumanza dal male moderno

 

 

di Andrea Salerno (L’intellettuale dissidente) - È stata da poco resa pubblica la richiesta fatta all’UNESCO, da parte dell’Italia, di rendere la Transumanza patrimonio culturale immateriale dell’umanità. Questa pratica di allevamento può vantare origini antichissime, risalenti ai tempi dell’antica Roma. Essa consisteva nello spostamento stagionale del bestiame, precipuamente di pecore e bovini, attraverso l’utilizzo dei tratturi – dal latino tractoria, stante ad indicare la concessione, da parte degli Imperatori romani, di libero passaggio dei pastori sui pubblici viottoli – ossia sentieri erbosi o sassosi che venivano percorsi dai pastori e dalle loro greggi. Queste migrazioni stagionali avvenivano in molti paesi europei, a prescindere dalle latitudini. In Italia, la Transumanza, avveniva – e ancora avviene, anche se quasi totalmente in disuso – nelle valli alpine, in Sardegna e soprattutto nella zona che va dal Tavoliere delle Puglie all’Abruzzo. Il territorio dell’odierna provincia di Foggia, sino all’Ottocento sede della Regia dogana della Mena delle pecore, una delle più importanti del sud, era quello in cui si assisteva a questo fenomeno in maniera più massiccia. I pastori del Tavoliere, nel giorno di San Giovanni Battista, ovvero il 24 giugno – tre giorni dopo il solstizio d’estate –, abbandonavano le terre arse della Puglia e si recavano, attraverso i tratturi, verso i freschi e rigogliosi altipiani d’Abruzzo, sostando presso essi fino a fine settembre. Il 29 del suddetto mese, nel giorno di San Michele Arcangelo, le greggi percorrevano il percorso inverso e durante i mesi invernali le ampie pianure foggiane garantivano una abbondanza di pascoli che rappresentavano un unicum in tutto il Mezzogiorno. I pastori che si apprestavano a percorrere il cammino si raccomandavano proprio all’Arcangelo Michele, considerato patrono della Transumanza, affinché, con la sua spada, li proteggesse dalle insidie e dai banditi che avrebbero potuto incontrare durante il tragitto.

Gli spostamenti degli animali lungo gli assi naturali subirono, però, un netto ridimensionamento. Infatti, ad inizio Novecento, si iniziò a coltivare secondo il metodo industriale, finalizzato al commercio internazionale. Oltre a ciò, l’evoluzione dei trasporti, unita alla nascita degli allevamenti intensivi, sminuì di molto la pratica della Transumanza. Dopo la fine della seconda guerra mondiale, l’inizio del Piano Marshall assestò un altro colpo mortale a questa antica usanza. Le lane italiane, vale a dire uno dei prodotti più redditizi per i pastori, finirono con l’essere marginalizzate a causa dell’arrivo sul mercato delle lane britanniche, ritenute di qualità superiore rispetto a quelle nostrane. La somma di tutti questi fattori ha portato ad un pressoché totale abbandono della pratica, anche se in questi ultimi anni, grazie ad alcuni incentivi, vi sono timidi tentativi di riportarla in vita, almeno in parte. La Transumanza, dunque, è stata una delle vittime della modernità. I suoi ritmi, figli di un mondo che non c’è più e che viveva – citando il maestro Battiato – “ad un’altra velocità”, hanno fatalmente ceduto il passo alla frenesia odierna. Percorrere i tratturi immersi nella natura e sostare per mesi nelle zone più accoglienti per il bestiame, seguendo l’eterno alternarsi delle stagioni, oggi appare inconcepibile. I verdi sentieri hanno ceduto il posto al grigio asfalto e lo scalpiccio degli animali in marcia è stato sostituito dal rombo dei motori degli autoarticolati che scagliano veleno aeriforme al loro passaggio. La genuinità dei cibi prodotti dai pastori, logicamente, non è nemmeno paragonabile agli alimenti di dubbia qualità offerti nei supermercati, che sono in larga parte provenienti da allevamenti intensivi che non rispettano i cicli della natura e la richiesta del consumatore.

La Transumanza rappresentava l’atavica unione tra l’uomo e la Terra. Il pastore, attraverso il suo vagare rinnovava il suo legame con il creato, prostrandosi dinnanzi a San Michele – pregato nelle numerose cappelle che sorgevano lungo i percorsi – per ottenerne il favore e perpetuare quel cammino, che era stato lo stesso dei propri avi, in un ciclo infinito. Per tutte queste ragioni, la Transumanza, è veramente un lascito culturale da salvaguardare e rispettare, ora più che mai.

Articolo tratto da http://www.lintellettualedissidente.it/cartucce/salviamo-la-transumanza-dal-male-moderno/

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