Cultura

Una ricerca tra l'essere e il nulla

 

 

di Antonio MIgliozzi (L’intellettuale dissidente) – «Io so che parlo perché parlo ma che non persuaderò nessuno». Con queste parole il ventitreenne goriziano Carlo Michelstaedter inizia la sua tesi di laurea, La persuasione e la rettorica. Il frutto di un lavoro certosino e monumentale, di tante notti insonni e di un isolamento pressoché totale, però, non sarà mai sottoposto al vaglio accademico: il giorno dopo aver ultimato l’opera, il 17 ottobre 1910, l’autore impugna una rivoltella e si toglie la vita. Sul foglio della prefazione aveva disegnato una lampada ad olio del tipo “fiorentino” e aggiunto in greco: io mi spensi.

La luce effettivamente resta spenta per diversi anni, almeno fino a quando l’amico e filosofo Vladimiro Arangio-Ruiz pubblica il testo in forma di saggio nel 1913: qualcosa inizia a muoversi attorno a quell’opera enigmatica e affascinante, certo non perfetta nella struttura, ma che sembra avere molto da dire. La tragica vicenda di Michelstaedter, inoltre, desta scalpore e allora si va a rovistare tra le sue carte e si scopre che quell’anonimo ragazzo di provincia iscritto alla facoltà di Lettere di Firenze può considerarsi un filosofo in erba, un letterato e persino un poeta. La persuasione e la rettorica, tesi e saggio, testimonianza e denuncia, è l’alfa e l’omega di una speculazione e di una vita. Nell’incipit Michelstaedter annuncia, con rassegnazione e una punta di amarezza, che sta per scrivere qualcosa detta da tanti prima di lui, da Parmenide a Socrate, da Eschilo a Sofocle, da Petrarca a Leopardi e che si ritrova persino nell’Ecclesiaste e nella predicazione di Cristo, ma che sempre è stata volutamente ignorata o perlomeno travisata. È quasi una forza sconosciuta a muovere la sua mano, seppur volesse non potrebbe sottrarsi, e d’altronde è pur necessario che se uno ha addentato una perfida sorba la risputi.

Qual è la perfida sorba? La natura e il significato stesso dell’esistenzaLa persuasione e la rettorica, infatti, si configura come una sorta di indagine sulla vita e sulla condizione umana che prende le mosse da una tradizione culturale (letteraria, filosofica e religiosa) eterogenea e per certi versi contrastante, ma di cui ben riesce l’autore e tenere unite le fila anche a costo di procedere per riduzioni e forzature. Il greco delle citazioni e dei concetti filosofici, lingua primigenia della “rivelazione”, le formule e i grafici matematici fanno da cornice a un’analisi cinica e spietata che mette a nudo in tutta la sua desolazione una verità immutabile: l’esistenza, per come generalmente la intendiamo, è una non esistenza.

Il punto di partenza è questo: vivere è volere. Il desiderio, però, la costante tensione che proietta gli uomini nell’infinità del tempo verso il futuro con le sue promesse e le sue aspettative, a rifletterci bene nasce necessariamente da una privazione, un’imperfezione costitutiva che causa insoddisfazione e dolore. Cos’è che manca? «La padronanza della propria vita, il possesso attuale di sé: la persuasione». È un discorso che, richiedendo al lettore un notevole sforzo di astrazione, rischia di apparire eccessivamente difficile e cavilloso, ma Michelstaedter utilizza sin da subito una metafora che illustra al meglio il suo pensiero:

«Un peso pende ad un gancio, e per pendere soffre che non può scendere […] lo vogliamo soddisfare, lo liberiamo […] lo lasciamo andare, che sazi la sua fame del più basso, e scenda indipendentemente fino a che sia contento di scendere. – Ma in nessun punto raggiunto fermarsi lo accontenta e vuol pur scendere […] ogni volta fatto presente, ogni punto gli sarà fatto vuoto d’ogni attrattiva non più essendo più basso […] sempre lo tiene un’ugual fame del più basso, e infinita gli resta pur sempre la volontà di scendere».

L’uomo è sovrapponibile al peso in questione: è imperfetto a causa della sua stessa essenza che gli sfugge, ne prova dolore ed eccolo di fronte a due strade: quella della persuasione, irta di ostacoli e sofferenza, e quella della rettorica, la più semplice, la via della “distrazione” dal sé. É la seconda che si sceglie il più delle volte: gli esseri umani «chiedono una benda agli occhi, nella solitudine del loro animo vuoto si sentono mancare e allora meglio nutrirsi del futuro in ogni vuoto presente, creare un’infinita serie di illusioni per affermare l’essenza che si nega: è l’inadeguata affermazione d’individualità: la rettorica».

Se Michelstaedter è rigoroso nel delineare la netta contrapposizione tra le due alternative proposte e nello smascherare gli artifici di una retorica che tutto avviluppa (dai piaceri sensibili all’amore idealizzato, dalla scienza alla religione) senza mai fornire la risposta agognata, ben più vago risulta nello spiegare in cosa consista la persuasione (né le tante definizioni che si rincorrono nel libro bastano a far piena luce sul mistero). Varie sono le chiavi interpretative possibili.

Non si può, innanzitutto, prescindere da Parmenide, il filosofo di Elea eletto a maestro indiscusso di cui l’opera è zeppa di citazioni, eppure associare semplicemente la persuasione all’essere e la rettorica al non essere non sembra sufficiente. Socrate e Platone, pur avendo percorso la giusta via, bastano solamente ad indicare la meta e Cristo, che «dalla sua vita mortale ha saputo creare il dio: l’individuo», piuttosto che imitato andrebbe seguito con ugual mente, ammonisce l’autore. Nietzsche, mai apertamente richiamato, come un fantasma aleggia dietro le quinte dell’opera e Leopardi, che meglio di tutti ha saputo tradurre in poesia la sofferenza di una coscienza infelice, è uno spirito affine, come il Petrarca dei Trionfi. Insomma, qual è la via che conduce alla persuasione? Alla fine sorge quasi il dubbio, legittimo, che si tratti di un itinerario di fatto impercorribile, ma «ognuno ha in sé il bisogno di trovarla e nel proprio dolore l’indice, ognuno deve nuovamente aprirsi da sé la via, poiché ognuno è solo e non può sperar aiuto che da sé: la via della persuasione non ha che questa indicazione: non adattarti alla sufficienza di ciò che t’è dato», scrive Michelstaedter.

Diventa dunque più chiara anche l’affermazione iniziale, quel non persuaderò nessuno che sta a significare sia che l’autore non crede possa riuscire, come chi lo ha preceduto, a convincere chicchessia della sua tesi, ma soprattutto che non grazie alle sue parole si potrà finalmente essere persuasi. Dobbiamo assumerlo consapevolmente il peso della ricerca, andare oltre ciò che ci è dato, quotidianamente tracciare il solco di un cammino di solitudine e sofferenza che richiede estremo coraggio. Ad attenderci alla fine ci sarebbe la vita vera, ma cesserebbe di esser vita, o meglio, non sarebbe più la vita che conosciamo, quella sottoposta al tempo e alla contingenza, ai desideri e alle illusioni, alla mancanza del sé e al dolore:

«Colui che è per sé stesso […] non ha bisogno di altra cosa che sia per lui […] ma possiede tutto in sé».

Un uomo, insomma, finalmente libero e compiuto in se stesso.

Articolo tratto da http://www.lintellettualedissidente.it/filosofia/carlo-michelstaedter-essere-nulla/

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