Cultura

Il libro. I Coloni dell’Austerity

di Francesco Marrara – Avevamo già recensito il suo primo libro “Neoliberismo e manipolazione di massa” (clicca qui), ma in questa occasione la bocconiana redenta, Ilaria Bifarini, ha deciso di mettere nero su bianco un nuovo libro-audace ed impertinente proprio come nello stile del precedente - inerente gli intrecci tra il Continente africano, il neoliberismo e le migrazioni di massa. Carico di contenuti, ma al tempo stesso abbastanza fruibile anche per i non addetti ai lavori,«I Coloni dell’Austerity» rappresenta senza dubbio un testo di fondamentale importanza per tutti coloro i quali vogliano approfondire, lontani dai bombardamenti del mainstream politicamente corretto, le vere cause che inducono masse di africani ad abbandonare il Continente Nero per andare alla ricerca di fortuna e di una vita migliore nel Continente Europeo, nell’immaginario dipinto come una terra promessa nella quale poter realizzare i propri sogni.

L’iniziale approccio dell’autrice risulta abbastanza suggestivo. Nonostante sia un’economista, la Bifarini mette in risalto dei presupposti basilari per far comprendere al lettore – in maniera graduale e logica – genesi e sviluppo del fenomeno migratorio. In primis, vengono rilevati i legami tra immigrazione, demografia e povertà attraverso la cosiddetta «trappola malthusiana», in ragione della quale l’Africa, trovandosi nel pieno della sua espansione demografica e al tempo stesso in una condizione di povertà dettata dalla adozione di scellerate politiche economiche, rischia di rimanere priva di quella forza lavoro necessaria per rilanciarsi economicamente e socialmente. In secundis, l’autrice traccia un interessante excursus storico: partendo dal vecchio colonialismo si arrivaa denunciare il neocolonialismo di matrice neoliberista.

Perché migliaia di uomini e donne sono costretti ad emigrare e ad abbandonare la propria terra d’origine? L’economista, in tal senso, parla di  «finanziarizzazione della disperazione», ovverosia un business con il quale delle ONG specializzateconcedono prestiti alle famiglie per permettere ai propri figli di emigrare. Quest’ultimi, a loro volta dovranno in seguito rimborsare il relativo debito. Inoltre, nel cuore della sua opera, l’autrice espone con molta lucidità e franchezza l’opera di invasione e depauperazione delle risorse del territorio africano – senza ovviamente dimenticare di svelare l’ingente business legato ai flussi migratori ed al traffico di armi – adoperata dal neocolonialismo di stampo cinese. Infine, negli ultimi paragrafi, vengono riportate delle soluzioni per invertire la rotta ed in modo particolare vengono proposte come possibile soluzione le politiche economiche di stampo keynesiano.

Una peculiarità. Ad un certo punto viene citata le figura di Thomas Sankara, ex presidente del Burkina Faso, divenuto un vero e proprio eroe nazionale. Come riporta la Bifarini, egli ebbe il coraggio di denunciare con un discorso tenutosi presso l’OUA (Organizzazione per l’Unità Africana) i subdoli piani delle grandi élites finanziarie, le quali - ieri come oggi - tengono sotto scacco i popoli africani ed europei mediante la schiavitù del debito. Come se non bastasse, la Bifarini rileva uno stimolante parallelismo tra Sankara e Kemi Seba, contemporaneo militante panafricano, imprigionato recentemente per aver dato fuoco a delle banconote di franchi CFA durante una manifestazione (clicca qui). Tuttavia, sarebbe interessante sapere se l’autricedurante i propri studi abbia trovato della affinità con la tesi del leader panafricano secondo la quale il popolo debba essere proprietario della propria moneta. Ecco perché sorge spontanea una domanda.L’economista, come concilierebbe la propria visione keynesiana/neo-keynesiana con quella della proprietà popolare della moneta sostenuta attualmente da Kemi Seba ma, teorizzata nel recente passato da Giacinto Auriti?

 

 
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