Cultura

Dagli ‘Stati generali della cultura di destra’, l’analisi e la proposta di Stanza101

 

 

di Giorgio Arconte - Sabato 13 ottobre si sono tenuti a Roma “Gli stati generali della cultura di destra”, evento organizzato dal think tank “Nazione Futura” e al quale è stata invitata anche Stanza101 insieme a diverse associazioni presenti su tutto il territorio nazionale.

La giornata si è conclusa con l’impegno, firmato da parte di tutte le associazione, di promuovere tre proposte programmatiche:

  1. una “no tax” area per i primi due anni ai giovani under 35 che aprono un azienda o un’associazione di promozione sociale nel settore culturale;
  2. deduzione fiscale totale per gli acquisti in beni culturali;
  3. inserire nei programmi scolastici delle scuole elementari e medie un’ora settimanale di “identità e cultura italiana” (noi suggeriamo anche un ora dedicata alla “identità e cultura locale”, con particolare attenzione ai dialetti. Ma questa proposta può arrivare anche in un secondo momento).

Parte centrale della giornata degli “Stati generali” è stata il dibattito fra le associazione che hanno discusso sul rapporto fra cultura, in particolare la cultura della cosiddetta “destra”, e la politica. Una questione annosa, oltre che cocente, ma che deve partire dal riconoscimento dell’importanza e del ruolo particolare che ha la cultura in generale. Cultura va promossa e divulgata, e che non può restare dentro una campana di vetro per apparenti presunzioni né può rannicchiarsi in un angolino per insensati timori e ridicole sudditanze come è stato, e forse continua ad esserlo, per la cultura di destra.

La cultura plasma la società perché crea costume ed opinione, ma per farlo deve avere un rapporto diretto con questa. La cultura deve avere un confronto con la gente, deve presenziare le piazze che siano queste reali, mediatiche o virtuali. Ed infine, la cultura deve dialogare con la politica. Attenzione, però, dialogare con la politica non significa che questa debba condizionare la cultura, anzi, vuol dire esattamente l’opposto. Intanto, perché la cultura non cerca il consenso, secondariamente è la politica ad avere bisogno di visioni, suggestioni ed analisi che solo la cultura può darle. Senza una cultura di riferimento, la politica non può avere una prospettiva né solidità. Tutto questo è risultato molto evidente durante i recenti governi Berlusconi: se la destra di governo ha fallito – ed ha fallito – la prima causa è stata nel rifiutare – coscientemente o meno – una sua base culturale sulla quale sviluppare analisi ed un progetto duraturo.

Ma il mondo della destra culturale non può limitarsi ad additare la politica. Politica che ha le sue responsabilità, e ci sarebbe tanto da dire sul fatto che i recenti governi di destra non hanno dato gli strumenti necessarie a tante realtà valide per vivere e diffondersi, così come ci sarebbe tanto da dire sul fatto che nei grossi gruppi industriali quali Mondadori, Mediaset, Medusa e altri ancora lavorino tantissima gente di sinistra e pochissima di destra. Per quanto sarebbe molto opportuno approfondire questo aspetto, a noi preme evidenziare come sia la cultura che deve trainare la politica senza aspettarsi alcun obolo. D’altronde l’assistenzialismo non è “di destra” nemmeno in questo campo.

Allora, diciamo che la destra culturale è stata, e forse lo è ancora, molto debole. Non nei contenuti. Anzi, la cultura di destra si caratterizza per essere portatrice di un pensiero forte, ma è rimasta debole sul piano dell’intraprendenza, dell’iniziativa, della presenza, degli strumenti. Quella ad essere debole nei contenuti è stata, invece, la destra politica, tanto che oggi questa è una categoria da riempire nuovamente di significati. E forse questo è anche un bene, solo che stavolta la “battaglia delle parole” bisogna affrontarla davvero per poterla vincere. Le condizioni ci sono tutte.

Cosa fare, quindi, oggi? Innanzitutto bisogna prendere coscienza delle proprie potenzialità, poi occorre fare rete (che forse è la cosa più difficile), approfittare di eventi come gli “Stati generali” o “Libropolis” e moltiplicarli. Ecco subito una proposta, dagli “Stati generali” lanciare un festival: il “Festival degli apoti”, in onore del grande Prezzolini. Un festival dove unire dibattiti, esposizioni, musica, banchetti e premi. Per esempio, la destra ha sempre avuto una grande scuola giornalistica, perché allora non istituire un premio – all’interno del festival – dove incoraggiare e valorizzare nuovi giovani giornalisti dedicato al dimenticato da tutti Almerigo Grilz? Ma anche altri premi di saggistica, di narrativa, dedicati ai vari Papini, Soffici, Longanesi, giusto per citare dei giganti spesso non solo dimenticati ma addirittura sconosciuti rinchiusi in un circuito limitato. Queste iniziative, però, non possono essere delle semplici celebrazioni, ma devono essere occasioni di promozione e di valorizzazione a servizio di autori, di editori e di altri operatori, e soprattutto devono essere aperti alla partecipazione popolare.

Con quali risorse tutto questo? È qui che deve emergere la forza, prima mancante, del mondo della cultura di destra, perché soprattutto oggi le risorse vanno create. Ma spesso le risorse ci sono, solo che non le si sa sfruttare e vengono mortificate fra bandi pubblici persi ed altro ancora. Ad esempio, tutti sanno che la “Fondazione AN” dispone di enormi capacità vergognosamente ostaggio delle beghe di tre partiti nemmeno più rappresentativi né nei confronti del Paese, né di un elettorato di destra. Anche questo esempio rende l’idea di quanto sia importante l’indipendenza della cultura dalla politica.

Su questa provocazione impertinente, l’auspicio è che la cultura di destra possa tornare nelle case e nelle piazze degli italiani, perché la destra deve prima tornare a fare opinione e a plasmare la società, poi potrà anche governare e stavolta con successo e prospettiva duratura. Oggi è in atto una feroce sfida antropologica ancor prima che politica, una sfida che non si può vincere con una mozione contro l’aborto (per fare l’esempio di Verona concreto, recente e meritevole del nostro plauso), ma la sfida la si vince proponendo modelli e affermando visioni che diventino coscienza acquisita nella gente.

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