Cultura

Alle origini del matrimonio: un uomo ed una donna

 

 

di Giorgio Arconte – negli ultimi anni si fa un gran parlare di diritti civili da riconoscere alle coppie di fatto, sia di sesso opposto che dello stesso sesso. Ma è un parlare confuso, spesso condizionato da un clima censorio, a rincorrere posizioni cosiddette “politicamente corrette” ma senza un’argomentazione che vada oltre qualche banalità. Si, sono banali le argomentazioni apparentemente egemoni di questo dibattito poiché “dare tutto a tutti” semplicemente “perché l’amore è amore ed in quanto tale basta a giustificare ogni diritto” è uno spunto non sufficiente per mandare in cantina le figure di marito e moglie, di padre e madre. La questione dei diritti civili appare molto più delicata, un allargamento dei diritti civili legati al “contratto” matrimoniale, infatti, pone un problema antropologico di più ampio interesse per la società. Occorre pertanto reinquadrare questo dibattito partendo da tre interrogativi: quale fondamento hanno i diritti? Che cos’è il matrimonio e perché uno Stato dovrebbe riconoscerlo e tutelarlo?

Discutere sul fondamento dei diritti è materia assai complessa e che animerà sempre e senza soluzione la storia dell’umanità, ma azzardiamo ugualmente e con modestia a darne qui una breve interpretazione.

Il diritto si fonda sul fondamentale riconoscimento della persona che è tale solo in quanto in relazione con l’ “altro”. Il riconoscimento dell’altro crea due condizioni naturali ed imprescindibili: il primo è che la persona non è un individuo solitario, una monade ma è un soggetto calato in un contesto sociale dove si instaurano molteplici relazioni che iniziano e finiscono appunto in relazione all’altro. Il secondo è il riconoscimento dell’altro come diverso da sé. Compito del diritto, quindi, è regolare questi rapporti attraverso una serie di diritti e di doveri che riconoscano e garantiscano il bene comune ed il rispetto della persona. Nello sviluppo della storia e della filosofia del diritto si distinguono due tipologie di diritti, quelli cosiddetti naturali perché non creati giuridicamente dallo Stato ma preesistenti ad esso, e quelli civili, ovvero quelli che uno Stato riconosce assieme ai doveri in virtù del ruolo sociale che una o più persone assumono a seconda dei contesti.

Ci soffermiamo su questi ultimi perché è proprio da questi che nasce il “contratto” matrimoniale e non dall’inesistente diritto all’amore. Per indagare su come sia nato il riconoscimento del matrimonio da parte dello Stato ci facciamo aiutare dall’origine etimologica di questa parola. Dal sito dell’Accademia della Crusca, “la parola italiana matrimonio continua la voce latina matrimonium, formata dal genitivo singolare di mater (ovvero matris) unito al suffisso –monium, collegato, in maniera trasparente, al sostantivo munus ‘dovere, compito’.”. Emerge subito in maniera lampante che la parola matrimonio nasce ponendo il suo significato sull’intenzione procreativa dell’unione, e che può esistere naturalmente solo fra una donna ed un uomo. L’etimologia stessa è intimamente connessa al “dovere” di madre, ritenendo così che la completa realizzazione dell’unione tra una donna ed un uomo avvenga con il diventare madre della donna all’interno del legame matrimoniale. Le parole, si sa, hanno una loro forza che partecipa alla determinazione della nostra cultura ed alla definizione del tessuto sociale. Per questo motivo la Corte Costituzionale nella sua sentenza nr 138/2010 chiarisce ogni tentativo di equivoco e si riferisce alla famiglia per la “(potenziale) finalità procreativa del matrimonio che vale a differenziarlo dall’unione omosessuale”. E ancora continua, “in questo quadro, con riferimento all’art. 3 Cost, la censurata normativa del codice civile che, per quanto sopra detto, contempla esclusivamente il matrimonio tra uomo e donna, non può considerarsi illegittima sul piano costituzionale. Ciò sia perché essa trova fondamento nel citato art. 29 Cost., sia perché la normativa medesima non dà luogo ad una irragionevole discriminazione in quanto le unioni omosessuali non possono essere ritenute omogenee al matrimonio”. La famiglia, quindi, non è semplicemente un luogo affettivo ma è la cellula principale sulla quale si fonda ogni tipo di società perché è il luogo che genera la vita, ed è dal riconoscimento di questo ruolo sociale che nasce, nei doveri e nei diritti, il matrimonio. In nome di una presunta uguaglianza, invece, si vorrebbe costringere il matrimonio e la filiazione a forti trasformazioni. Tutto ciò si vorrebbe da un’arbitraria deviazione sul giudizio di differenza verso quello di ineguaglianza, e di quello di ineguaglianza verso quello di ingiustizia. Questo slittamento si fonda su di un singolare e soggettivo adattamento del concetto di giustizia a quello di uguaglianza, dimenticando però che i diritti civili non si fondano sull’uguaglianza bensì sull’equità sociale. È così che oggi si inizia a parlare anche di un presunto “diritto al figlio”, un diritto inammissibile perchè si basa su di una estensione scorretta del valore di uguaglianza trasformando il diritto da riconoscimento sociale a mero soddisfacimento del desiderio egoistico.

Sicuramente questa analisi può essere discutibile sotto diversi profili ma almeno ha il merito di non banalizzare ed ideologizzare gli argomenti esposti come invece tentano di fare certi ambienti progressisti. Ma il progressismo se non è accompagnato da una cultura umanista rischia di fare perdere la centralità della speculazione, ovvero l’Uomo in quanto umano. Senza la sua dimensione umana l’Uomo diventa oggetto, merce in balia degli interessi dei mercati finanziari. Una prospettiva non molto lontana da noi se guardiamo a pratiche che sono già realtà come quella dell’utero in affitto e che ci fanno capire che dietro l’allargamento delle maglie del matrimonio c’è un mondo che attende e non è quello degli omosessuali bensì quello dei mercanti di ovuli e gameti…

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