Cultura

Videogames, il problema dei 'save point'

 

 

di Dario Ganci - I ragazzi della generazione '80 sono cresciuti con una dieta a base di nutella, nesquik e videogame. Siamo cresciuti con i cabinati nelle sale giochi, con il Commodore64, con le prime console quali NES, SNES, SEGA etc... I giochi dell'epoca erano semplici, lineari, "pixelosi". Le risorse hardware erano scarse e i programmatori trovavano modi fantasiosi per sfruttarle al massimo. Ma i giochi dell'epoca, al di là di qualunque polemica, erano, a mio parere, uno strumento pedagogico potentissimo. Perchè? Perchè non vi erano save point (punti di salvataggio).  

Oggi siamo abituati a salvare i progressi delle nostre giocate ogni cinque minuti, e ad affrontare le difficoltà di un gioco con leggerezza perchè "tanto ho salvato". Ma non è sempre stato così. Un tempo la memoria delle piattaforme era poca e costosa e non si poteva certo sprecarla con degli inutili salvataggi.

I videogames dell'epoca, tranne qualche rara eccezione e gli rpg, non avevano punti di salvataggio. Quindi, se morivi, ricominciavi da capo e se finivi le vite, ricominciavi il gioco. Questo fatto regalava ai giocatori un'esperienza di gioco molto più stimolante e attenta ma soprattutto comportava un apprendimento progressivo delle meccaniche del videogioco. Dopo aver sprecato migliaia di vite e aver imprecato come una colonia di troll incazzati, arrivavi alla fine del gioco e quella scritta "The End" era la catarsi. I tuoi sforzi sono stati premiati, hai raggiunto il tuo tanto sudato traguardo, ora potevi vantarti con gli amici.

Anche se parliamo di videogames, la mancanza di save point o altre "reti di salvataggio", era in grado di stimolare, in un ragazzino, una serie di pensieri e sensazioni che nelle giovani generazioni, scarseggiano. Un senso di responsabilità, verso la vita del personaggio che poi si riflette nella vita, la tenacia, lo spirito di sacrificio, la pazienza, attenzione ai dettagli.  Tutte qualità che dovevi avere o sviluppare per portare a termine mostri sacri come Super Mario Bros, Ghost 'n' Goblins o Wonderboy.

Quando, con la Playstation, sono arrivate le memory card e la possibilità di salvare sempre, i giochi si sono evoluti tecnicamente, ma hanno perso il fascino di un tempo. I nuovi videogiocatori hanno perso l'occasione di vedere e usare i videogames come palestra di vita. E quando proponi loro uno dei grandi classici si annoiano subito perchè "si muore sempre". L'ultimo baluardo di questa antica filosofia educativa è la serie Dark Souls, apprezzatissima dai nostalgici come me, ma odiata da coloro che nei giochi, come nella vita, vogliono la pappa pronta.

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