Politica Estera

Jan Palach, l'impertinente ricordo che qualcuno vorrebbe dimenticare

 

 

di Antonio Giuseppe D'Agostino – Ci sono memorie che non devono essere riscoperte, che devono rimanere celate nell'oblio delle coscienze per non perturbare i tanti che ancora oggi credono in ideali morti con il secolo scorso, legati come gli animali al piolo di una storia che è riconosciuta come fabula.

Personaggi che nulla hanno a che far con quella finzione raccontata e condivisa a più voci, che vuole fare del comunismo l'unico movimento e/o rivoluzione da salvaguardare e da riscoprire.

Per questo, nonostante le tante commemorazioni, le giornate del ricordo e della memoria, l'oscurantismo cade su chi non condivide quel pensiero unico, soprattutto perché quell'azione o quel pensiero, quell'idea rappresenta un baluardo contro.

Jan Palach raccoglie tutte queste considerazioni, rappresenta al meglio la strenua resistenza della libertà a quel regime che si voleva imporre all'Europa all'ombra del Muro di Berlino.

Un giovane di 20 anni che per protestare contro l'invasione comunista decide di darsi fuoco per smuovere le coscienze assopite dei suoi concittadini e del mondo interno, incapace di agire contro quel regime che continuava a mietere vittime e a condannare ogni forma di libera emancipazione popolare.

Mi piacerebbe essere libero, perdutamente libero. Libero come un nato morto”, sembrava dire Jan Palach, anticipando le parola del filosofo Emil Cioran, raffigurando forse quello che l'estremo sacrificio negava e nega insieme alla fabula raccontata da una certa storiografia.

Dalla gloria all'oblio, dalla resistenza all'oscurità della memoria, in una parabola a cui Jan Palach sembra essere destinato, elevando la sua morte contro quel totalitarismo troppo spesso descritto come il “paradiso in terra”.

La Primavera di Praga, soppressa con la ferocia tipica dei regimi, ha creato un eroe il cui sacrifico appare giusto anche se troppo dimenticato.

Un giovane che tentò in tutti in modi di sganciare tutti i cittadini dalla normalizzazione voluta dal comunismo post stalinista che ancora nel 1968 usava i carri armati per imporre il suo pensiero e la sua forza anti-democratica, con i beneplacito dei politici e dei radical-chic europei.

Un rogo che richiama le parole della filosofia dell'annientamento; un fuoco che “brucia, divora, annienta: agente e distruttore degli esseri, è oscuro, è infernale per eccellenza”, ma che scosse e scuote il mondo nelle sue fondamenta di veridicità che hanno colorato il comunismo solo ed esclusivamente come un fenomeno positivo.

Quel suicidio rituale, molto più simile ai metodi orientali, permise a un giovane di soli 20 anni di assurgere alla gloria imperitura per sé e per quel mondo che spesso dimentica ciò che non capisce o che si pone come sua antitesi.

Palach rappresenta il prototipo perfetto dell'impertinente, autore di quel testo implicito che spesso viene dimenticato, ma il cui destino dovrebbe essere impresso nella memoria di ognuno di noi.

Jan è sempre e solo stato un giovane che ha combattuto per i valori della libertà e del libero pensiero, contro quel regime che si imponeva e che voleva unificare tutto e tutti.

Per questo motivo, nella sua extrema ratio il suicidio rituale, tipico dei monaci buddisti, ha rappresentato la purificazione per tutti quei giovani che con la testa piegata e le ginocchia consunte, non hanno saputo (e ancora non sanno, ndr) riconoscere come il male si stava nuovamente imponendo sul mondo travestito da un'effimera forgia di libertà.

Il suo gesto ha significato un sapere destinato alla gloria dei tempi, l'inconveniente del libero pensiero e della suprema identità.

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