Politica Estera

Palestina e Israele: due popoli, due Stati!

 

 

di Giorgio Arconte - Ieri, 14 maggio, è stata inaugurata la nuova ambasciata Usa a Gerusalemme sancendo di fatto il riconoscimento americano della “città santa” come capitale dello Stato di Israele. Il presidente Donald Trump ha commentato dicendo che “La nostra più grande speranza è per la pace”; il risultato, invece, sono 61 morti (fra cui 8 minorenni) e migliaia di feriti fra i palestinesi. Chi pensava che - con un atto di forza che non trova la legittimità e condivisione né dell’Onu, né dell’Ue, né di Russia e Cina (che non hanno inviato rappresentanti diplomatici) - la decisione di trasferire l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme potesse essere accolta con i fiori non è un ingenuo ma semplicemente uno stronzo. Bisogna essere onesti: quella di Usa e Israele è l’ennesima vergognosa prepotenza che si bagna di sangue nei confronti del popolo palestinese! Prepotenza che grida vendetta ma il miglior modo per onorare e per vendicare i morti ed i feriti di ieri e le migliaia di vittime dell’eroica resistenza palestinese dal 1947 ad oggi, non è dichiarare un nuovo Jihad come prontamente ha fatto Al qaeda, né alimentare una spirale infinita di sangue. I palestinesi hanno diritto di abitare quella terra dove sono nati ed hanno diritto di abitarla in pace. Pace da raggiungere, pace da mediare in un contesto che è molto complesso e che non si può ridurre a posizioni ideologiche o di simpatie etno-religiose. Per capire la complessità della situazione israelo-palestinese è utile scorrere velocemente un po’ di storia.

Alla fine dell’Impero ottomano, crollato a seguito del primo conflitto mondiale, e tramite il Trattato di Sèvres, l’area Iraq, Transgiordania e Palestina venne affidata al Regno Unito. In questa ampia area che non costituiva una nazione né uno Stato - e questo è un particolare importante perché rivela come questa fascia di terra non fosse formalmente e politicamente di nessuno - convivevano sia arabi che una minoranza di ebrei in relativa serenità, finché nel 1922 si decise di consegnare la parte est del fiume Giordano agli arabi come risarcimento per il sostegno dato alla lotta contro gli ottomani (ciò che nel 1946 divenne il regno di Giordania); e di creare nella parte ad ovest un’ambigua “casa per gli ebrei”, benché non organizzata in uno Stato, come “ringraziamento” alla lobby sionista rappresentata da Lord Rothschild per il contributo bellico rappresentato dalla dichiarazione di Balfour. Insomma, un’opera a dir poco maldestra di ingegneria geopolitica che addirittura peggiorò all’indomani della seconda guerra mondiale, quando le nuove Nazioni Unite approvarono nel 29 Novembre 1947 un piano di spartizione che prevedeva la creazione di due Stati: uno ebraico e uno palestinese. Il piano venne accettato dagli ebrei e rifiutato dai paesi arabi tanto da far esplodere il primo conflitto arabo-israeliano nel 1948-1949. Di qui in poi altri conflitti si sarebbero aperti, nuove intifade si sarebbero infiammate e, soprattutto, Israele avrebbe cominciato la sua illegittima opera di espansionismo militare colonizzando nel sangue la quasi totalità dei territori palestinesi, ignorando la contrarietà delle Nazioni Unite e soprattutto calpestando la dignità dei palestinesi che in quei territori risiedevano.

Questo rapido ripasso storiografico serve a capire come la nascita dello Stato di Israele non sia la conseguenza di un’invasione ma è il risultato di una serie di scellerate ed ingiuste decisioni prese agli inizi del secolo scorso dai Paesi occidentali, in particolare Gran Bretagna, e dall’Unione Sovietica in una logica di influenze regionali.

Ma Israele ormai, volenti o nolenti, è una realtà. Una realtà non semplicemente nelle cartine geografiche ma in milioni di abitanti, persone, esseri umani benché la maggior parte di loro viva in territori occupati illegittimamente e con la forza delle armi. Un modo per cancellare questa ingiustizia sarebbe tornare indietro nel tempo, tornare al 1922 e fare scelte differenti. Oppure un modo più concreto è mediare un processo di pace dove ambo le parti, quella israeliane e quella araba, sappiano rinunciare a qualcosa per un bene superiore: il futuro delle proprie generazioni. Certamente non si può non riconoscere l’esistenza di Israele né pretenderne la cancellazione, così come, viceversa, Israele deve arrestare la sua opera di espansionismo militare e di genocidio nei confronti del popolo palestinese! Esistono ormai due popoli e due popoli per convivere hanno bisogno di due Stati sovrani! Quanto a Gerusalemme, per la sua storia e per la sua vocazione universale di “città santa” delle tre grandi religioni monoteiste, sarebbe il caso di renderla città libera, una città-Stato sovrana faro di civiltà per tutto il mondo!

Finché un reale processo di pace non sarà innescato, quindi finché quanto sopra non sarà riconosciuto da tutti, ovvero finché non sarà riconosciuto il principio di due Stati per due popoli, le parole di ieri di Hanan Ashrawi, dirigente dell’Olp, saranno una denuncia tristemente sempre attuale: "È tempo che l'amministrazione e i membri del Congresso degli Stati Uniti mettano fine alla loro pratica di ricatto, estorsione e minaccia contro il popolo palestinese e smettano di accusare una nazione resa schiava che già sta vivendo sotto occupazione militare e soffrendo di atti deliberati e sistematici di violenza, colonialismo e apartheid”, ovvero, se non sarà pace sarà l'annientamento dei palestinesi. Cruda realtà da evitare. 

e-max.it: your social media marketing partner

Gazzettino Impertinente