Politica Estera

L’Italia torna protagonista sulla scena internazionale

 

 

di Giorgio Arconte – Ieri, martedì 13 novembre, è calato il sipario su Villa Igiea, sede del vertice di Palermo in cui la diplomazia internazionale si è trovata a discutere due giorni sul futuro della travagliata Libia. Come era prevedibile, da questo vertice non sono uscite decisioni risolutive né documenti condivisivi ma sono state messe le basi per avviare un processo di pacificazione del Paese nord-arfricano sconvolto dal rovesciamento del governo Gheddafi e dai tumulti della cosiddette “primavere arabe” aizzate dalle ingerenze e dagli interessi dei Paesi occidentali, su tutti la Francia. Un processo dove, finalmente, l’Italia torna ad essere protagonista dopo essere mancata sulla scena della politica internazionale se non come comparsa succube delle scelte dettate dall’UE e, soprattutto, vittima dei processi migratori strumentalizzati da diverse compagini internazionali e sovranazionali. Il dato più importante che esce fuori da questo vertice, dunque, è che il Belpaese non compare solo per fare le cosiddette foto di gruppo ma per ritagliarsi un posto di rilievo nonostante la feroce guerra diplomatica che Germania e soprattutto la Francia di Macron stanno stagliando al nostro Paese in barba ad ogni retorica sulla solidarietà europea.

La foto che immortala il premier Conte suggellare la stretta di mano fra Fayez Al Serraj, capo del governo libico riconosciuto dall’Onu, e Khalifa Haftar, l’uomo forte della Cirenaica ed antagonista di Al Serraj, sancisce di fatto il successo diplomatico per l’Italia che finalmente si riaffaccia sul “mare nostrum” con ritrovata autorevolezza. Un successo che viene dopo mesi di serrati e turbolenti lavori diplomatici che hanno avuto la capacità di isolare Francia e Germania e di creare un opportuno equilibrio fra USA e Russia e gli altri Paesi dell’area mediterranea. Il nuovo protagonismo italiano in campo internazionale, infatti, si gioca proprio su questa capacità di saper mediare fra le due potenze, quella americana e quella russa, che oggi appaiono sempre più vicine. La storia sta cambiando, eravamo abituati a vedere un mondo che correva a tutta velocità unicamente verso il cosiddetto “American way” ma oggi sembra che questo sogno liberal-progressista si stia infrangendo lasciando spazio ad una visione multipolare. A farne le spese sarà l’Europea di Bruxelles ma forse questo può essere solo un bene. Far cadere questa Unione Europea, che in realtà mai è stata unita se non nel difendere gli interessi dell’alta finanza, può essere il presupposto per una rinascita europea saldata non più su precari interessi economici ma stavolta su condivisi valori politici ed identitari.

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