Politica Nazionale

Fra un Lucano e l'altro … l'unicum della giustizia

 

 

di Antonio Giuseppe D'Agostino – L'eccesso di solidarietà rivolta al sindaco di Riace, Mimmo Lucano, appare paradossale e incomprensibile, soprattutto alla luce di un semplicissimo avviso di garanzia.

Mimmo il “curdo” (indagato per abuso d’ufficio, concussione e truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche in relazione alla gestione del sistema di accoglienza, lo stesso sistema elevato a modello di integrazione) non è stato condannato ma semplicemente indagato.

La magistratura inquirente, dopo una serie di elementi messi in luce da due ispezioni volute dalla Prefettura di Reggio Calabria, ha iscritto nel registro degli indagati il sindaco di Riace e il presidente della cooperativa “Città Futura - don Pino Puglisi”, Fernando Antonio Capone.

Un atto dovuto (forse, ndr) che non rappresenta assolutamente una condanna giuridica né morale per nessuno, ma che ha subito scomodato i finti giustizialisti, pronti a muoversi in difesa del primo cittadino dell'accoglienza utilizzando anche un retorico e inappropriato * di genere, facendone volontariamente un primus inter pares intoccabile.

Un pastrocchio che non fa per nulla bene a quella voglia di giustizia sempre declamata in Calabria, che ora sembra colorarsi di un rosso che non mostra pudore e che potrebbe danneggiare persino l'indagato.

Mimmo Lucano è una persona perbene, un uomo onesto e corretto, che non si è arricchito con la solidarietà data ai rifugiati e ai migranti (come sostengono i suoi difensori) e per questo non si capisce tutto il trambusto per un'azione che arriva a tutela dello stesso Lucano (e degli altri indagati, ndr). Certo, il dubbio è d'obbligo, potrebbe anche avere sbagliato in buona fede.

Le manifestazioni che esprimono solidarietà sembrano puntare il dito contro quella magistratura che ha dovuto avviare un'indagine a seguito dei rilievi mossi da uomini dello Stato e queste fiaccolate organizzate sembrano ricalcare il vecchio moralismo della sinistra italiana, per cui se un uomo è raggiunto da un avviso di garanzia diventa immediatamente ignominioso, biasimevole, abbietto.

Tutto questo trambusto appare più che altro un “soccorso rosso”, un tentativo di condizionare una giustizia che in quelle latitudini deve fare i conti con 'ndrine potentissime e non ha bisogno di inutili polemiche, ma solo di lavorare serenamente per dispiegare tutti i possibili dubbi che la gente sta iniziando a muovere sul sistema accoglienza.

Manifestare a favore di Mimmo Lucano vuole dire principalmente mettere in dubbio la serietà e l'imparzialità di quei Pubblici Ministeri che dovranno fare luce su quanto denunciato o, paradossalmente, porre dei dubbi su quel Modello sbandierato come un'eccellenza.

Appare inverosimile, dunque, che i fautori del giustizialismo, quelli sempre pronti alle staffette civili ed a elogiare i magistrati ogni volta che viene indagato un uomo politico (magari di destra), o a chiedere pene esemplari per chi espone una statuetta del Duce, oggi si sperticano per manifestare a favore di Mimmo Lucano, apparentemente contro quella giustizia da loro sempre invocata.

Loro che hanno sempre trasformato il principio di giustizia giuridica in senso morale, ora combattono lo stesso dualismo dell'out-out, che vorrebbe imporre santità o perdizione.

Ma non sempre è così, e Mimmo Lucano ha la possibilità di difendere il suo operato, di dimostrare una volta per tutte di essere un unicum: di non essere un testo implicito a un sistema di accoglienza che fa acqua da tutte le parti.

Altrimenti, si rischia di dare ragione al filosofo Dàvila nel sentirsi sempre vittime della sorte e alla fine cadere nell'errore perché “chiamare ingiustizia la giustizia è la più diffusa delle consolazioni”.

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