Politica Nazionale

«Tutti proprietari e non tutti proletari», la vera formula del benessere collettivo

 

 

di Francesco Marrara – Lo scorso 27 febbraio 2018, sul sito di Alleanza Cattolica, è comparso un articolo a firma di Maurizio Milano dal titolo «I governi e le banche centrali non creano ricchezza» (qui). Analizzeremo gli spunti salienti in poche e semplici battute, cercando al contempo di sollevare qualche critica costruttiva in merito alla prospettiva delineata dall’autore.

Iniziamo con il concordare che lo Stato sociale e le finanze pubbliche sono ormai da tempo fuori controllo a causa di uno statalismo incancrenito e di un forte aumento del debito pubblico e dell’imposizione fiscale. Milano propone a tal proposito un interrogativo interessante: come si genera un sano sviluppo economico di un Paese?

Fondata è la critica alla scuola di pensiero keynesiana e post-keynesiana, la quale mira ad una spesa statale in deficit e alla piena occupazione. È assolutamente innegabile che tali politiche si siano dimostrate efficaci ed abbiano portato dei benefici a quelle fasce della popolazione meno abbienti. Tuttavia, la loro applicazione in un arco temporale di lunga durata ha comportato: una crescita a dismisura della spesa pubblica; aumento della tassazione; corruzione, clientelismo ed aumento degli sprechi all’interno degli apparati della Pubblica Amministrazione. Consapevoli dei suddetti svantaggi, il vero alibi della classe politica – nella fattispecie quella italiana – è stato quello di abbandonare progressivamente tutte quelle politiche economiche in favore del popolo, preferendo ad esse la nuova filosofia iperliberista – fondata sul pareggio di bilancio e su un mercato senza più controllo e regole – che ha aperto la strada all’invasione dei poteri sovranazionali. Ricordiamo bene che in Italia il tutto si concretizzò nel 1981 con il divorzio fra il Ministero del Tesoro e la Banca d’Italia. Dunque, occorrerebbe ripristinare la situazione pre-divorzio 1981, ponendo in essere la netta separazione tra banche commerciali e banche d’affari.

Lo Stato potrà realmente «accrescere il benessere» solo ed esclusivamente attraverso la riconquista della sovranità monetaria e il rinnegamento del debito pubblico (la metà del quale è frutto di speculazioni finanziarie da parte di soggetti privati). Con la sovranità monetaria si potrà, mediante la tassazione all’origine della moneta, eliminare gradualmente l’imposizione fiscale. Inoltre, per evitare rischiose spinte inflazionistiche, occorrerà creare il giusto rapporto tra ricchezza reale e moneta. L’Italia ha tutte le carte in regole per poter fare questo tipo di accorgimenti in quanto storicamente nazione virtuosa e creativa.

Si badi bene, riconquistare la sovranità monetaria significherà attribuire – innanzitutto - alla moneta una funzione giuridica e sociale e solo in un secondo momento una funzione prettamente di carattere economico. Questo è il punto cruciale dal quale muovere una citrica costruttiva alla Scuola austriaca – chiamata in causa nelle battute finali dell’articolo - la quale presenta una visione di stampo materialistico e soggettivistico nettamente in contrasto con il Magistero Sociale della Chiesa. In questo senso, bisognerebbe fare tesoro dello slogan proclamato da Papa Leone XIII nell’enciclica Rerum Novarum: «Tutti proprietari e non tutti proletari». Un sano sviluppo economico sarà possibile nel momento in cui i cittadini diventeranno i proprietari della loro moneta, attraverso la quale si potranno pagare tutti i servizi sociali utili al progresso ed al benessere collettivo. Una sfida molto ardua, anche in considerazione del contesto socio-politico che viviamo soprattutto nel contesto europeo ed internazionale, ma una sfida da raccogliere.

Per approfondire:

http://www.giacintoauriti.com/download/download/2-download/21-l-oggettivazione-merceologica.html

http://www.giacintoauriti.com/download/download/2-download/17-critica-al-materialismo-della-scuola-austriaca.html

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