Politica Nazionale

Italia senza figli

 

 

di Andrea Salerno (L’intellettuale dissidente) - Il problema del numero di nascite è uno dei più incombenti e annosi d’Europa. La fecondità, nel vecchio Continente, stando ai dati forniti da Eurostat lo scorso 28 marzo, si mantiene su livelli molto bassi. Capolista di questa classifica è la Francia con 1,92 bambini a madre. I paesi del sud Europa, ossia Spagna e Italia, viceversa, registrano i tassi più bassi – 1,34 – e anno dopo anno incrementano l’età media riguardante il primo parto delle proprie cittadine, che sovente avviene dopo i 30 anni d’età. I dati concernenti l’Europa Mediterranea fotografano appieno lo stato di grave crisi che attanaglia queste regioni, che si trovano in situazioni peggiori rispetto ai paesi del Nord, che pure non vantano percentuali rosee, anzi. Tralasciando i vaneggiamenti di alcuni “esperti”, che vedono nella immigrazione massiva l’unico antidoto per porre rimedio alla crisi della natalità e concentrandosi soltanto sulla situazione italiana, si dovrebbe cercare di comprendere quali sono i motivi che hanno generato questa crisi e quali potrebbero essere i rimedi a cui ricorrere per arrestare quest’ultima.

Recenti studi di Bankitalia hanno evidenziato tre punti cardine per poter uscire da questa impasse:

1) Aumento dell’età pensionabile;

2) Aumento della partecipazione femminile al lavoro;

3) Aumento della dotazione di capitale umano istruito per aver maggiore qualità.

Sin da subito queste osservazioni appaiono, quanto meno, fuori luogo. Difatti, è pacifico notare come proprio la figura della donna in carriera abbia contribuito ad un calo delle nascite, visto che, purtroppo, il tempo a disposizione per la famiglia è diminuito. In seconda battuta, basta guardarsi attorno per verificare come tanti giovani laureati siano costretti a fare lavori sottopagati e non consoni al loro livello di preparazione a causa della saturazione del mondo del lavoro. Per finire, dato l’allungamento dell’aspettativa di vita, perché non spremere i lavoratori fino a che demenza senile non sopraggiunga, in nome dell’incremento del divino PIL? Da queste analisi si percepisce, come sempre, la mancanza di un approccio che esuli da una visione proiettata solo sul perseguimento della crescita economica. Uno sviluppo continuo, specialmente in un mondo con risorse finite, è fantascientifico e nocivo. La soluzione potrebbe essere quella in apparenza più ovvia, ovvero ritornare ad un sistema che abbia ritmi più a misura d’uomo.

Prescindendo dalle proposte etiche e soffermandoci su argomenti più concreti, è utile fare un parallelo tra le realtà maggiormente distanti in Europa. Infatti, raffrontando le politiche dei due poli opposti della classifica, cioè di Francia e Italia, si può notare come gli incentivi per i nuovi nati siano pressoché identici. Il bonus alla nascita in Francia è di 900 euro; in Italia è di 800. Nel Paese transalpino gli assegni familiari scattano dalla nascita del secondo figlio. Essi sono di 130,50 euro al mese per 2 figli, di 297,72 per 3 figli e sono erogati fino al compimento dei 21 anni. In Italia, invece, gli assegni scattano già dal primo figlio, con un minimo 137,50 euro per una persona, di 258,33 per 2 e di 375 per 3, fruibili fino al 18 anno d’età.

La grande differenza tra i paesi presi in esame, però, la si può rintracciare in due punti chiave, il primo dei quali è il sistema fiscale. In Francia avere figli è conveniente, giacché, seguendo un criterio proporzionale sul reddito e sul numero di persone a carico, si pagano pochissime imposte e addirittura, in alcuni casi – introito inferiore a 25.000 euro l’anno e almeno due figli a carico – non si paga nessuna tassa. Questo vuol dire che, anche se si hanno redditi superiori, avere più figli consente di avere un trattamento fiscale davvero conveniente. In Italia, invece, lo Stato garantisce soltanto la possibilità di detrarre delle percentuali in base ai familiari a carico e all’età di questi. Fra l’altro le detrazioni tendono a ridursi progressivamente con l’aumentare del reddito dichiarato.

Il secondo punto è dato dalla insufficienza di mezzi e di strutture atti a svolgere un ruolo d’appoggio per le famiglie lavoratrici. Mentre in Francia, paese in cui gli asili non mancano, ai genitori che smettono di lavorare, decidendo di dedicarsi all’attività genitoriale, è addirittura corrisposto un assegno mensile, in Italia le strutture pubbliche sono letteralmente colme di persone provenienti dall’estero – dato che le liste si basano sul reddito e molti stranieri, che spesso lavorano a nero, risultano di frequente con redditi più bassi rispetto alle famiglie italiane. Di conseguenza molti genitori, che di certo non navigano nell’oro, si ritrovano costretti a rinunciare agli asili oppure, se proprio non possono farne a meno, si rivolgono a strutture private. Questo è un altro dei numerosi paradossi lasciati in eredità dalle scellerate politiche pro-immigrazioniste che stanno sempre più sortendo l’effetto di escludere i cittadini italiani dai già carenti servizi pubblici, che loro stessi pagano.

Concludendo, sarebbe auspicabile, da parte delle istituzioni, una maggior attenzione al problema genitoriale, anzitutto cercando di diminuire la pressione fiscale e garantendo dei servizi congrui ai neo-genitori. Soltanto in questo modo sarà possibile, forse, migliorare la situazione, sempre che non sia troppo tardi, vista la tragica situazione che abbiamo di fronte e la sempre maggiore tendenza ad evitare rapporti stabili o comunque troppo impegnativi, nel solco del “miglior” individualismo.

Articolo tratto da http://www.lintellettualedissidente.it/societa/italia-crisi-della-natalita/

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