Politica Nazionale

Dalle terre comuni dell’Appennino il rilancio delle zone interne?

 

 

di Alfredo Incollingo (Barbadillo.it) - Il censimento del 2010 dell’Istat ha confermato che in Italia esistono ancora 610.165 ettari di terra comune: l’82% si localizza nelle aree montane, soprattutto in Piemonte, in Veneto o in Lombardia. Questo dato non è sfuggito ai legislatori, che negli anni, a partire dalla prima legge sulla montagna del 1952, hanno rilevato l’importanza del demanio comunitario per il rilancio delle zone interne del nostro Paese. Buona parte di questo territorio, secondo l’Istat, è concentrato nelle regioni del Nord Est (159.441 ettari) e lungo l’Appennino abruzzese e apulo – lucano (158.067 ettari).

Terra ostile

Le rigidi condizioni di vita delle comunità appenniniche e alpine comportarono l’adozione di forme alternative di sussistenza. Le poche risorse del territorio dovevano bastare per l’intera popolazione: i beni naturali venivano così condivisi e amministrati affinché non si esaurissero. Le terre comuni consentirono per secoli la sopravvivenza degli insediamenti montani, grazie all’oculata gestione delle consorterie agro-silvo-pastorali. È il caso della Regola di Cortina d’Ampezzo, in Valle d’Aosta. L’accesso ai demani comunitari alpini è per lo più riservato ai discendenti degli originari, ovvero delle famiglie autoctone, come avviene a Cortina. I pascoli e i boschi circostanti la ridente località sciistica sono infatti di proprietà degli oriundi.

Opportunità di crescita

Le leggi sulla montagna (dalla n. 991/1952 alla n. 97/1994) hanno sottolineato la centralità delle proprietà comuni per il rilancio delle aree interne. Questi assetti fondiari assicurano infatti un sfruttamento circoscritto e controllato del territorio, tutelando il fragile ambiente montano. Alle consorterie agro-silvo-pastorali spetta regolamentare l’accesso al demanio comunitario e la sua fruizione (come prevede la recente legge n. 168/2017). Nelle zone di maggiore interesse paesaggistico le proprietà comuni possono assolvere le stesse funzioni dei parchi nazionali o collaborare con essi per un’oculata amministrazione del territorio.

Le attività produttive delle consorterie agro-silvo-pastorali concernono diversi ambiti artigianali. A Pescasseroli, in Abruzzo, per esempio, periodicamente si effettua la potatura del Bosco di Sant’Antonio, di proprietà degli abitanti del paese, dando lavoro a diverse imprese boschive. Allo stesso modo i prodotti ortofrutticoli delle consorterie potrebbero alimentare il mercato biologico e la filiera degli agriturismi, coniugando la buona cucina con la custodia delle tradizioni locali. Il tutto va a beneficio della popolazione.

Una conseguenza importante di questa gestione del territorio? La persistenza delle antiche comunità locali o un progressivo ripopolamento della montagna, grazie alla possibilità di utilizzare la proprietà comune per il rilancio sociale, economico e ambientale delle aree interne del nostro Paese.

Articolo tratto da http://www.barbadillo.it/75152-sviluppo-dalle-terre-comuni-dellappennino-il-rilancio-delle-zone-interne/

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