Politica Nazionale

Riace, ovvero ‘simili cose non le inventano che i convalescenti’

 

 

di Antonio Giuseppe D'Agostino - “Si divertiva Lucano a violare la legge, definendola stupida e piegando più volte la sua funzione ai suoi progetti asseritamente sempre umanitari, noncurante dei potenziali pericoli anche per la sicurezza pubblica”. Fra i tanti passaggi usati dai giudici del Riesame per smontare il modello Riace, questo è forse il più  emblematico, perché sembra evidente (a chiunque voglia leggere le motivazioni in modo asettico) come Mimmo Lucano sia “afflitto da una sorta di delirio di onnipotenza  e da una volontà pervicace ed inarrestabile di mantenere quel sistema Riace rilucente all’esterno, ma davvero opaco e inverminato da mille illegalità al suo interno”.

L'aspetto giuridico, potrebbe passare in secondo piano, nella speranza che “Capatosta” scelga di difendersi con un rito ordinario e non scegliendo escamotage giuridici. L'impianto morale, colpito dalle parole messe nero su bianco dai tre distinti magistrati, è più significativo perché non inficia (devastandolo) solo il “modello” e l'emblema di questo  prototipo pseudo-umanitario, ma accusa anche tutto il circo mediatico che dietro Lucano ha lavorato e operato. Quel passaggio, “rilucente all’esterno” ma davvero “opaco e inverminato”, non dovrebbe avere come unico responsabile Mimmo Capatosta “afflitto da una sorta di mania di onnipotenza”, ma anche tutti quelli che hanno gridato alla sua superiorità morale, intellettuale e umana, già dopo le prime avvisaglie, le prime ispezioni, etc. Al di là del tornaconto elettorale, il Sindaco di Riace sembra riuscire a fare tutto e il contrario di tutto, anche grazie al beneplacito di giornali, giornalisti, trasmissioni, che invece di interrogarsi e approfondire il sistema Riace, si accontentano delle dichiarazioni di Lucano, ospitandolo, intervistandolo e lasciandolo parlare a ruota libera. Quello che suona strano, infatti, è il perché nessuno abbia mai chiesto a Lucano come mai nel suo Comune sia stato dichiarato il dissesto finanziario? Perché il bilancio di un piccolo paese sia stato legato solo all'accoglienza (gestita con pezze d'appoggio inesistenti)? Per quale motivo la morte di Becky Moses venga usata strumentalmente, senza  spiegare il perché si sia allontanata da Riace o senza ricordare che il suo decesso sia stato voluto ed eseguito da una connazionale solo per motivi di gelosia? È possibile che nessuno, dei giornalisti al seguito di Lucano, abbia indagato sulla casa affidata alla compagna, secondo i giudici pagata con i soldi pubblici, arredata con i soldi destinati agli immigrati più bisognosi? Possibile che i cronisti che con Lucano parlavano telefonicamente non abbiano mai avuto dubbi sui laboratori aperti a piacimento, su un indotto economico esaltato al di fuori di Riace ma che non ha prodotto un solo euro (secondo quanto evidenziato dal Riesame)?

Tutto si basava e si reggeva sui finanziamenti pubblici e le parole di Lucano e dei suoi “compagni” giornalisti e professionisti dell'informazione suonano oggi strane: “Riace modello di integrazione e rinascita economica”, mentre il sogno si sarebbe concretizzato (secondo i magistrati del Riesame) “sul brulicare di stratagemmi, emerso a piene mani dall’indagine, al fine di coprire i buchi contabili e giustificare le spese a seguito della chiesta rendicontazione da parte della Prefettura. Non si ferma Lucano e trascorre intere giornate nella sede dell’associazione Città Futura con i suoi collaboratori per mettere pezze su pezze ed ottenere i finanziamenti”. Il frantoio, i laboratori di tessitura o di cioccolato non hanno mai prodotto un solo €uro, “né la bottega ecosolidale né la bottega del cioccolato risultavano operative, tanto che Lucano ne disponeva l’apertura al fine esclusivo di fare bella figura”, scrivono i magistrati. Secondo i giudici, a Riace non c'era nemmeno la marmotta che incartava il cioccolato, ma i media hanno creato il personaggio e creduto in favole del genere.

Poco importa se Lucano abbia avuto l'intenzione di candidarsi, di usare persone e cose per i suoi fini elettorali; se i matrimoni fra consanguinei siano stati realizzati o meno; se abbia dato documenti di identità a persone che non ha mai conosciuto; se sia riuscito a  scomodare dipendenti dell'ambasciata per non fare arrestare la sua compagna; poco importa per i media che lo seguono e lo osannano, tanto da appoggiare raccolte fondi e pubblicizzare la sua disobbedienza civile. Mentre per il Riesame Lucano è un  “soggetto avvezzo a muoversi sul confine tra lecito ed illecito, a tollerare e favorire condotte illecite altrui per fini che, come si è visto, spesso vanno molto al di là della, troppe volte, ostentata volontà di perseguimento di scopi umanitari e/o che con questi poco o nulla hanno a che vedere”. E ancora il riesame: “Lucano non può gestire la Cosa Pubblica né gestire denaro pubblico mai ed in alcun modo. Egli è totalmente incapace di farlo e, quel che ancor più rileva, in nome di principi umanitari ed in nome di diritti costituzionalmente garantiti viola la legge con naturalezza e spregiudicatezza allarmanti”.

Riace è, oggi più che mai, un non luogo, un'utopia, grazie proprio a Lucano e ai suoi sodali, che piuttosto che fermarsi e meditare hanno preferito ascoltare i loro demoni o quei demoni che continuavano ad elogiare ed esaltare un modello inesistente, perché era più facile continuare la sceneggiata anziché ammettere il crollo di quell'ideologia. Riace è sempre stata una città invisibile, per usare un'espressione di Italo Calvino, dove “la menzogna non è nel discorso, è nelle cose”; un luogo in cui, si è preferito adorare il raglio dell'asino, per fare in modo che il mito o l’idolo Lucano potesse sopravvivere nonostante la realtà dei fatti (fotografata dalle richieste del PM e dalle parole del Riesame). Tutto doveva essere veicolato per il grande pubblico, che non doveva essere messo a conoscenza della malattia; il modello Riace doveva risplendere e rifulgere, ma la verità era un'altra “simili cose non le inventano che i convalescenti!”, Zarathustra docet.

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