Società

Il libro. Il maschicidio silenzioso: una violenza sottaciuta

 

 

di Francesco Marrara – Lo scorso 16 marzo 2017, in allegato al quotidiano “Il Giornale” è uscito il pamphlet dal titolo “Il maschicidio silenzioso” della saggista Barbara Benedettelli. Un libretto impertinente e fuori dal coro poiché scritto con grande onestà intellettuale mediante la messa in evidenza di dati statistici inoppugnabili, i quali testimoniano che anche gli uomini sono vittima di violenza. Una violenza sottaciuta da politica e mass-media in nome della dittatura del pensiero unico. Esistono, purtroppo, vittime di serie A e vittime di serie B: dato di fatto rilevante è che la violenza sulle donne, in termini di appeal mediatico, riscuote grande successo. La cultura dominante – basata su stereotipi e pregiudizi – è sempre più orientata verso una direzione univoca in cui la donna è sempre vittima, l’uomo è sempre carnefice. Da questa concezione è nato il neologismo femminicidio. Ma cosa si intende con questa categoria sociologica e criminologica?

La Benedettelli, sviscera il termine secondo due declinazioni: femicidio, dall’inglese femicide; femmincidio, che deriva dallo spagnolo. La prima declinazione, descrive l’omicidio compiuto nei confronti di una donna, poiché ritenuta socialmente e culturalmente inferiore. La seconda declinazione, fu coniata dall’antropologa messicana Marcela Lagarde la quale, nel 2004, denunciò pubblicamente le brutali violenze subite dalle donne del Chihuahua, regione a confine tra Messico e USA. Grazie al movimento femminista, il termine si diffuse in poco tempo a livello globale assumendo grande forza e rilevanza dal punto di vista politico. L’autrice, nettamente contraria ad una visione unidirezionale del tema, propone in tal senso la coniazione – simile, speculare e interconnessa – del termine maschicidio. Quest’ultimo è un fenomeno silenzioso e poco conosciuto dall’opinione pubblica: sono tanti i casi di omicidio, maltrattamento, ricatti e gelosie compiuti nei confronti degli uomini. Molto spesso, si tratta di un amore malato, violento ed oscuro in cui anche le donne oltrepassano i loro limiti agendo con la stessa macabra e becera violenza maschile. Sia chiaro, la violenza va condannata in quanto tale sempre e a prescindere da chi l’abbia compiuta! A tal proposito, il Belpaese dal giugno 2013 ha ratificato la Convenzione di Istanbul la quale, oltre a disciplinare la tutela della donna, per la prima volta ha inteso inserire – nel contesto di un trattato internazionale – la violenza femminile contro gli uomini. C’è da aggiungere anche che la “retrograda” Italia è fra gli ultimi posti nelle statistiche per violenza sulle donne a differenza dei Paesi del nord Europa primi in queste tristi classifiche seppur da sempre siano considerati dei paradisi di uguaglianza.

Nella società contemporanea mettere gli uni contro gli altri uomini e donne significa stare al gioco di chi gestisce e controlla i fenomeni sociali. Il conflitto tra sessi, classi e categorie, genera la frammentazione della società in singoli individui, i quali si ritroveranno sempre più isolati dal loro contesto sociale e perciò facilmente manipolabili. Dunque, occorre superare ogni genere di falso vittimismo e moralismo. Attraverso il recupero delle identità sessuate e la riscoperta – secondo un’autentica condizione di assoluta parità – dei ruoli e dei compiti, sarà possibile osteggiare la mascolinizzazione della donna come la femminilizzazione dell’uomo, e riscoprire quell’alleanza fra i sessi che da sempre ha fondato la storia ed ogni società.

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