Società

Apologia del fascismo e la favola del comunismo buono

 

 

di Antonio Giuseppe D'Agostino – Avviso per i lettori, questo non è un articolo che vuole inneggiare a nessuna forma di totalitarismo. Con questa riflessione si vuole solo mettere in evidenza l'ipocrisia di chi ancora difende la libertà e la democrazia in nome e per conto di una dittatura che ha fatto e provocato eccidi e devastazioni.

Anno Domini 2017, fatevene una ragione (ahi noi!) esistono ancora fascisti e comunisti...

Nell'epoca della società fluida e dell'anti-politica, l'unica cosa che appare immutata è l'odio viscerale fra le due categorie di persone politiche.

Quello che dissocia i due modi di vivere e pensare è l'oscurantismo che è caduto sul fascismo, considerato come il male assoluto e privato di ogni possibile spazio di discussione e identità, ora che anche le tartarughe sono diventate antifasciste.

Nessuno vuole negare gli errori commessi da Mussolini e dal fascismo, ma non si può, a causa di una certa partigianeria, dimenticare i progressi compiuti nei primi anni di un movimento rivoluzionario riconosciuto persino da Lenin.

Né tanto meno oscurare (come in parte è stato fatto) l'appello firmato da dirigenti comunisti e da Togliatti per una possibile unificazione fra rivoluzione fascista e rivoluzione proletaria nel 1936.

Fatti storici che venivano motivati dall'alleanza (qualcuno preferisce chiamarlo “patto di non belligeranza”) che lo stesso Stalin aveva firmato con Hitler, per potere continuare ad operare tranquillamente nell'Est Europa, dopo avere sterminato (tra il 1932-1933) circa 3,5 milioni di persone in un solo anno, l'holodomor ucraino.

Basterebbe solo questo per fare comprendere come il comunismo, soprattutto quello dittatoriale e storico, non sia stato tutto rose e fiori e che i due estremi siano da condannare.

La filosofa Hannah Arendt (ne “Le origini del totalitarismo”) precisa come “il suddito ideale del regime totalitario non è il nazista convinto o il comunista convinto, ma l'individuo per il quale la distinzione fra realtà e finzione, fra vero e falso non esiste”.

Ed è questo limite che ancora oggi, per usare un termine pasoliniano, usano per glorificarsi in questa società liquida “i fascisti dell'antifascismo.

Sui crimini commessi dagli uomini del “maestro di Predappio” tanto si è parlato e favoleggiato, mentre dei primi anni rivoluzionari ancora si stenta a parlare, visto che anche un personaggio di spicco come Margherita Hack (ex combattente partigiana, atea, sostenitrice dei diritti civili e degli animali, oltre ad essere stata una delle astrofisiche più importanti del mondo) fu messa alla gogna mediatica per avere affermato “le conquiste sociali fatte sotto il fascismo oggi ce le sogniamo, il che è tutto dire. Non si trattava solo dei treni in orario. Assegni familiari per i figli a carico, borse di studio per dare opportunità anche ai meno abbienti, bonifiche dei territori, edilizia sociale”.

Non si comprende se questo principio di dissociazione psicologica sia motivato dalla mancata elaborazione del lutto per la disfatta della loro ideologia o per il tentativo estremo di strappare alla storia un riconoscimento positivo che prima o poi dovrà cadere.

Essere fascista non è reato, può essere disdicevole, anacronistico, ma non è reato.

Ad affermarlo è la Corte di Cassazione e la stessa Legge Scelba e forse per questo il simpaticissimo Fiano (deputato del PD) vuole inasprire la Legge.

Quello che in Italia viene punito è il tentativo di ricostituzione del Partito Fascista.

È questa la verità giuridica italiana, il resto sono solo idiozie che vengono raccontate come l'uomo nero e il lupo di cappuccetto rosso: ma qualche volta bisognerebbe ascoltare le ragioni del lupo o mettersi dalla parte del torto.

A sostenere che l'essere fascista non è un reato sono le sentenze della Corte Costituzionale (negli anni 1957, 1977 e 2017) in cui chiaramente si fa riferimento alla “riorganizzazione” e non a un semplice braccio teso durante una commemorazione.

Per il resto, tutto ipocrisia e impostura, perché sia chiaro il fascismo e il comunismo sono due facce di quella medaglia che ha portato il secolo scorso a determinare i totalitarismi.

Quello che il fascismo (insieme al nazismo) ha perpetrato (da un certo periodo in poi) è la volontà di sottomettere e/o cancellare determinate razze di uomini (in disaccordo persino con alcuni illustri pensatori “fascisti” di quel periodo); di contro il comunismo (che è durato molto più nel tempo, nello spazio e dell'immaginario storico) ha preteso la cancellazione della borghesia e dell'aristocrazia (razze sociali) e di tutte quelle categorie che non avrebbero potuto e voluto facilitare la rivoluzione proletaria.

I crimini commessi da Stalin, Tito, Mao Tse Tung, Pol Pot, Fidel, Che Guevara e Ceausescu, secondo una visione piuttosto distorta della realtà farebbero rabbrividire di meno rispetto agli eccedi, genocidi di massa e di razza, commessi dai Hitler e Mussolini e tutti i dittatori che nel secolo scorso sono stati identificati come fascisti.

Come si fa a difendere il Tibet con il pugno chiuso? O a marciare nei gay pride con le magliette rosse che ricordano i campi di rieducazione voluti da quei regimi?

Per non dimenticare le posizioni degli anni passati che il comunismo ha assunto in difesa della famiglia naturale e il contrasto degli omosessuali, con Pasolini accusato di immoralità e Bertinotti che sposava il pensiero che voleva i gay afflitti da un male borghese o dalla perversione: “compagni che sbagliano”.

Secondo avviso per i lettori, se siete arrivati a questo punto senza rabbrividire e senza porvi dei dubbi, andate al primo avviso.

Smontata, senza inneggiare alla dittatura fascista, la veridicità storica sulla violenza perpetrata solo e soltanto dalle dittature di destra (un morto è sempre un morto e i numeri non fanno onore a nessun regime), non resta che una semplice riflessione sull'ideologia del razzismo.

Ad onore di cronaca non si può non sottolineare come lo stesso fondatore del “comunismo” apostrofava le nazioni “controrivoluzionarie”: i popoli balcani erano considerati “rifiuti etnici”; russi, cechi e croati “plebaglia slava”; popolazioni per le quali, insieme ad Engels chiedeva “l'annientamento” tramite “il più deciso terrorismo.

Lo stesso Karl Marx, convinto fautore del genocidio di classe come prassi rivoluzionaria del “comunismo scientifico”, apostrofava il teorico socialista e dirigente rivoluzionario ebreo tedesco Ferdinand Lassalle come “negraccio giudeo” sottolineando: “mi appare ora assolutamente chiaro che, come dimostrano tanto la forma della sua testa che la struttura dei suoi capelli, discende dai Negri che presero parte alla fuga di Mosè dall’Egitto (a meno che sua madre o sua nonna dal lato paterno non abbiano avuto un’ibridazione con un negro) [...], l’indiscrezione con la quale si fa avanti è anche tipicamente negresca. Il negraccio giudeo, un ebreo untuoso che si dissimula impomatandosi e agghindandosi di paccottiglia dozzinale. Ora questa mescolanza di giudaismo e germanesimo con un fondo negro debbono dare un bizzarro prodotto!”.

Sic et simpliciter. 

Un razzismo che l'autore del Capitale mette nero su bianco nel suo saggio “La questione ebraica” e che, se pur non mostra segni di antisemitismo biologico, sposta il suo odio per quella “razza” sul piano principalmente economico-sociale in quanto gli ebrei erano i fautori del capitalismo sfruttatori delle masse operaie

Il denaro è il solo Dio d’Israele”, “la cambiale è il Dio reale dell’ebreo”, “la chimerica nazionalità dell’ebreo è la nazionalità del commerciante, in genere dell’uomo di denaro”, “l’emancipazione degli ebrei nel suo significato ultimo è l’emancipazione dell’umanità dal giudaismo”, parole chiare scritte nel suo pamphlet, cosi come quel “ negraccio giudeo, un ebreo untuoso che dissimula”, che verrà rivolto al suo oppositore socialista.

Per non parlare poi dell'articolo pubblicato sul New York Tribune (1854) dal titolo Il prestito russo in cui, sempre Marx, sottolineava “Il fatto che gli ebrei siano diventati tanto forti da mettere in pericolo la vita del mondo, ci induce a svelare la loro organizzazione, i loro scopi, affinché il loro lezzo possa risvegliare i lavoratori del mondo a combatterli e ad eliminare un simile cancro”.

Il resto è conseguenza.

 

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