Società

La dittatura della lingua Inglese

 

 

di Roberto Siconolfi – Secondo Winston Churchill, il miglior metodo di colonizzazione è quello linguistico, e a guardar bene la storia contemporanea il progetto sembra essere riuscito. Oltre a tutto il discorso neo-imperialista, che investe più specificamente lo Stato nazionale USA, la lingua inglese è il meccanismo di relazione principale del neo-totalitarismo in atto.

Per capire bene questo discorso dovremmo scorporare tutta la faccenda economica, pur importante, che vede l’Inglese come linguaggio del settore produttivo e delle transazioni finanziarie. Il fine fondamentale, voluto o meno questo non è importante, è l’appiattimento psichico, oltre che culturale e identitario, provocato dalla diffusione di questa lingua a tutti i livelli.

Innanzitutto partiamo col dire che l’Inglese in questione non è a tutto e per tutto la lingua nazionale d’Inghilterra. Bensì, esso è una sorta di dialetto (slang), o meglio un “gergo” con pochi vocaboli utilizzati e utilizzabili per una moltitudine di concetti e situazioni diverse. Quindi, dal gergo aziendale o professionale, sopracitato, si arriva alla lingua parlata dai gruppi giovanili – ad esempio quelli legati alle sub-culture artistico-musicali. Il tutto passando dall’uso quantomeno improprio anche in contesti letterari dove meno se la aspetti – come in questo articolo, a testimonianza dell’alta permeabilità della nostra cultura a ciò.

Per capire bene l’importanza di questo processo bisogna considerare che l’Italiano ha più di due milioni di vocaboli e l’Inglese più di 600.000, quindi notevole è la riduzione dei termini. Ciò depotenzia il significato delle cose poiché – come descrivono certe teorie legate al nominalismo o alla Programmazione Neuro Linguistica (PNL), o come ben scriveva il nostro George Orwell in 1984 – è la parola a creare il concetto, o quantomeno essa è fondamentale nella edificazione della propria individualità.

Un’altra azione a riguardo è tenuta da musica e cinematografia anglo-sassone e il risultato finale è sempre lo stesso: poche parole sempre utilizzabili e una riduzione delle capacità emozionali, oltre che dello stile di vita, a modelli preimpostati.

Questa “riduzione”, abbinata con le chat e i social-network, adesso ha prodotto un’ulteriore forma linguaggio: le emoticon. Queste addirittura sintetizzano la sfera emozionale in una piccolissima immagine.

Se poi uniamo questo mezzo linguistico al discorso più complessivo delle nuove dinamiche cosmopolitiche, vediamo che affiora un legame molto preciso tra l’educazione giovanile e i meccanismi neo-imperiali e neo-totalitari. Ciò attraverso il progetto universitario dell’Erasmus, ad esempio, o attraverso stili di vita dalla “permanente infantilità” come il vagare senza metà per le capitali europee alla ricerca di improbabili lavori, che si svolgerebbero a malavoglia nel proprio paese.

Per non parlare, poi, di “presunte eccellenze intellettuali”, che usano le suddette capitali per veicolare messaggi “culturali” ai propri connazionali e per diffondere correnti artistiche che in un clima di mediocrità imperante “spiccano”. Più che altro sembra che taluni personaggi e settori delle masse giovanili, ma non solo ahinoi, vogliano vivere in uno stato di divertimento continuo – after hours si direbbe in gergo. Ovviamente la questione non investe il fatto esperienziale personale, ma più che altro va vista in ottica sistemica – della serie “questa è la vita e tutto il resto è noia!”  

L’Inglese è, dunque, il mezzo della nuova informe comunità (community) mondializzata per attuare il melting pot, un concetto differente, forse opposto, dalla Koinè dell’Impero Romano. L’unica “forma” concepita è, invece, quella data dalle “élite mondialiste” alle quali poco importa della valorizzazione delle differenze, ma casomai del loro annullamento. In questo la lingua va “controllata” per educare, tra le altre, alla poca emozionalità – visti i ragionamenti fatti prima sulle capacità tecniche intrinseche.

In ultim’analisi questo meccanismo è utile a tenere bassi i livelli di consapevolezza. Questa è oggi un “bene” assai raro e destabilizzante, molto più di inneggiamenti “rivoluzionari” dalle formule logore nel metodo quanto nella teoria.

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