Società

L'uso ideologico della scuola: dalle fake news al reato di opinione?

di Luigi Iacopino - Ci risiamo, ormai la pratica è divenuta consuetudine. Il tentativo di utilizzo ideologico delle istituzioni e della scuola, da qualche anno a questa parte solennemente divenuto arma politico-lobbista per eccellenza, dopo essere stato tristemente inaugurato dai Governi sorti dopo la disfatta del centrodestra nel 2011, si arricchisce di un nuovo e appassionatamente capitolo che stavolta vede sul banco degli imputati niente po' po' di meno che le cosiddette fake news. Protagonista di questa vicenda, nemmeno a farlo di proposito, è (di nuovo) il Presidente – ma, forse, preferirebbe essere chiamata Presidenta o Presidentessa  – della Camera dei deputati, Laura Boldrini che, di volta in volta, riesce a trovare sempre degni compagni di lotta nelle sue personalissime battaglie volte a stravolgere la lingua italiana e monitorare pensieri e comportamenti. Battaglie da condurre, anche e soprattutto, nelle aule scolastiche, a contatto con bambini e studenti  per insegnare loro cosa sia vero e cosa falso, cosa si può condividere, difendere e diffondere, e cosa no. Magari proprio attraverso un decalogo “contro le bufale per permettere agli studenti di difendersi dalle notizie false che circolano in rete”, anche chiedendo “aiuto a persone esperte o a un ente davvero competente”. Insomma, le premesse di storie già vissute.

L’effetto collaterale, piuttosto preoccupante, determina, tuttavia, il rischio – già opportunamente sottolineato anche in altre circostanze, come sottolineato in questo articolo de IlGiornaledi trasformare la scuole in un campo di prevedibile rieducazione culturale dove, sotto la spinta di un’ideologia di regime, vige non il pluralismo delle idee ma un pensiero unico strisciante accompagnato dall’altrettanto prevedibile isolamento, sino alla denigrazione, di chi la pensa diversamente. Perché, se combattere le notizie false è cosa buona e giusta, fa discutere la cornice logistica e culturale entro la quale questa operazione dovrebbe verificarsi, come anche la scelta degli strumenti da utilizzare ai fini del controllo e degli enti competenti (e, qui, casca l'asino), dei percorsi da seguire e degli insegnamenti da promuovere. Quali sarebbero questi enti e da chi sarebbero composti?  Sono realmente liberi? Quali i percorsi e le informazioni da promuovere? Su quali basi? Su quelle dell'ideologia che difende a spada tratta la moneta unica e le istituzioni finanziarie europee, un sistema capitalista che sta affamando il mondo e calpestando i diritti sociali, l'immigrazione senza controllo e l'ideologia gender?

Tanto per intenderci, la nuova chiamata alle armi ha visto  l’arruolamento del Ministro dell’Istruzione, Valeria Fedeli, che sempre in comunione d’intenti con la deputata ex Sel, in tempi  non sospetti aveva proposto l’insegnamento dell’ideologia gender nelle scuole per “educare” al rispetto delle differenze di genere, con il pretesto della lotta alle discriminazioni, dietro l’obiettivo, mai celato da diverse organizzazioni, di mettere in discussione l’identità antropologica dell’essere umano, magari introducendone una nuova basata sull’indifferentismo sessuale. Non vorremmo che fosse cosi, anche perché simili modus operandi in passato hanno sovente condiviso una certa insofferenza verso il pluralismo e la libertà di discernimento, quell’insofferenza tipica dei peggiori sistemi totalitari che, come accade nell’ex Unione Sovietica, alla lunga portò ai reati di opinione che hanno conculcato il pensiero e manipolato le menti. Il passo dalla lotta alle fake news al reato di opinione è breve.

Oggi si tenta ti procedere furbescamente attraverso una dittatura soft e silenziosa, dove a farla da padroni sono l’ipocrisia quasi istituzionalizzata del politicamente corretto (soprattutto se a fasi intermittenti) e la trappola astuta delle fobie, condite con le strumentali accuse di omofobia, razzismo, xenofobia, alla quale si sta affiancando quella rappresentata dalla fake news, diretti a zittire il dissenso e creare categorie in grado di squalificare il pensiero.

 

 
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