Società

Il politicamente corretto dichiara guerra anche al presepe

 

 

di Francesco Marrara – Anche quest’anno diverse scuole italiane rinunciano al Natale! Non alle vacanze, bene inteso, ma è la censura a tutta quella simbologia che richiama l’essenza reale di questa festa: niente più presepi né recite natalizie o canti. Ebbene sì, siamo di fronte all’ennesima idiozia del politicamente corretto! L’Italia progressista continua nel suo tentativo di rinunciare alla propria cultura perché mostrare un’identità propria rappresenterebbe innalzare un confine, un muro che crea distanza e discriminazione con altri provenienti da fedi o comunque da culture diverse da quella cristiana o occidentale. Il Natale, quindi, non è più quella festa che nasce da una tradizione religiosa e si ramifica nei secoli nel tessuto sociale e culturale di una comunità che si fa popolo e nazione; agli albori del terzo millennio dell’era di Cristo il Natale diventa addirittura un’offesa di cui vergognarsi.

Eppure non è mai stato questo il senso e la percezione di questa festa, sia presa dal profilo religioso tanto quanto da quello più laico e strettamente culturale. Si può credere o no al mistero dell’incarnazione di Dio ma in ogni caso il Natale rappresenta né più né meno che l’innocente nascita di un bambino. Un bambino umilissimo che trova posto solo in una mangiatoia scaldata da un bue, un asinello e l’amore del suo papà e della sua mamma. Ma forse è proprio questo quadretto che da tanto fastidio ai sacerdoti del politicamente corretto: la rappresentazione di una famiglia, naturale e per giunta sacra.

Famiglia - ce lo insegna Aristotele qualora ce ne fosse bisogno, ma è ribadito anche dalla nostra “bellissima” Costituzione - è comunità, famiglia è la cellula dalla quale nasce ogni tipo di società. Famiglia è, dunque, il modello esattamente opposto alla società atomistica ed individualistica che avanza nell’epoca post-moderna. Insomma, la famiglia, un tempo sorgente di vita, oggi è il nemico per eccellenza da abbattere per l’affermazione del monoteismo del Mercato, nuovo unico idolo onnipotente da riconoscere e venerare. Non è un caso che l’albero di Natale, simbolo della deriva consumistica di questa festa, viene comunque preservato.

Chi crede che la “guerra al presepe” sia la manifestazione di un presunto scontro fra Islam e Cristianesimo è completamente fuori strada. Questa versione, distorta e non vera, serve solo per puntare il dito contro ogni religione affinchè queste vengano condannate e cancellate da ogni prospettiva antropologica e così, finalmente, fondare l’uomo nuovo: l’homo oeconomicus, un individuo isolato e perfettamente funzionale ai meccanismi di produzione e consumo. Tra l’altro c’è da ricordare che anche per l’Islam la figura di Gesù Cristo è molto importante, addirittura viene considerato come colui che alla fine dei tempi giudicherà anche Maometto. Non è un caso, infatti, che i presepi non vengano negati da comunità musulmane ma da rappresentanti della sinistra radical chic. Il vero scontro di civiltà è fra un nichilismo incalzante e il riconoscimento delle identità, fra l’appiattimento ad un unicum funzionale e un mondo plurale.

L’attacco ai simboli religiosi – specie quelli cattolici – devono, quindi, suonare come un campanello d’allarme poiché rivelano un’aggressione alla nostra identità di italiani ed europei di fronte alla quale – indipendentemente personalissime inclinazioni religiose e spirituali – si ha il dovere di reagire, con determinazione, intelligenza e senza isterismi.

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