Società

Papa Francesco si scaglia contro i nuovi diritti del ’68 ma la stampa lo silenzia

 

 

di Giorgio Arconte – Lunedì 8 gennaio papa Francesco ha incontrato tutto il corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede ma pochi e deboli sono stati i richiami sulla stampa. Una censura che sorprende, o forse no. A leggere i toni e i contenuti del discorso del pontefice appare chiaro perché questa volta, come altre, Bergoglio non è finito sulle prime pagine dei giornali garantiti presso il politicamente corretto: un Papa impertinente non piace e va silenziato! Ma noi di Stanza101, che cerchiamo con la nostra azione culturale di contrastare la dittatura del pensiero unico, anche questa volta vogliamo farci megafono laico. Un Papa macchietta, costruito ad arte in ambienti progressisti, non ci piace perché non è reale. Un Papa che parla chiaro e denuncia il relativismo, invece, va sostenuto e insieme a lui qualsiasi personaggio si ritrovi su questo fronte scorrettissimo.

Papa Francesco, parlando al corpo diplomatico, ha voluto dedicare il suo discorso alla Dichiarazione universale dei diritti umani proclamata nel dicembre del 1948. Un evento importante, questo, per tutta l’umanità, ma che negli anni ha perso il suo originario spirito diventando uno strumento sempre più di colonizzazione ideologica. Secondo Bergoglio «Occorre tuttavia constatare che, nel corso degli anni, soprattutto in seguito ai sommovimenti sociali del “Sessantotto”, l’interpretazione di alcuni diritti è andata progressivamente modificandosi, così da includere una molteplicità di “nuovi diritti”, non di rado in contrapposizione tra loro. Ciò non ha sempre favorito la promozione di rapporti amichevoli tra le Nazioni, poiché si sono affermate nozioni controverse dei diritti umani che contrastano con la cultura di molti Paesi, i quali non si sentono perciò rispettati nelle proprie tradizioni socio-culturali, ma piuttosto trascurati di fronte alle necessità reali che devono affrontare. Vi può essere quindi il rischio – per certi versi paradossale – che, in nome degli stessi diritti umani, si vengano ad instaurare moderne forme di colonizzazione ideologica dei più forti e dei più ricchi a danno dei più poveri e dei più deboli. In pari tempo, è bene tenere presente che le tradizioni dei singoli popoli non possono essere invocate come un pretesto per tralasciare il doveroso rispetto dei diritti fondamentali enunciati dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo». Sono queste parole che scuotono non solo per la forza della denuncia ma anche per il coraggio di denunciare la stagione del ’68, madre delle nuove ideologie relativiste che stanno sgretolando la Civiltà europea. E per chi pensa che queste parole siano ancora generiche, subito dopo Bergoglio denuncia ancora una volta le pratiche dell’aborto e dell’eutanasia: «A settant’anni di distanza, duole rilevare come molti diritti fondamentali siano ancor oggi violati. Primo fra tutti quello alla vita, alla libertà e alla inviolabilità di ogni persona umana. Non sono solo la guerra o la violenza che li ledono. Nel nostro tempo ci sono forme più sottili: penso anzitutto ai bambini innocenti, scartati ancor prima di nascere; non voluti talvolta solo perché malati o malformati o per l’egoismo degli adulti. Penso agli anziani, anch’essi tante volte scartati, soprattutto se malati, perché ritenuti un peso».

Difendere la vita significa difendere anche la famiglia, e difendere la famiglia significa difendere anche la società. E alla famiglia papa Francesco dedica nuovamente un pensiero speciale di fronte a tutti i diplomatici della Santa Sede: «Il diritto a formare una famiglia, quale ‘nucleo naturale e fondamentale della società [che] ha diritto ad essere protetta dalla società e dallo Stato’, è infatti riconosciuto dalla stessa Dichiarazione del 1948. Purtroppo è noto come, specialmente in Occidente, la famiglia sia ritenuta un istituto superato. Alla stabilità di un progetto definitivo, si preferiscono oggi legami fugaci. Ma non sta in piedi una casa costruita sulla sabbia di rapporti fragili e volubili. Occorre piuttosto la roccia, sulla quale ancorare fondamenta solide. E la roccia è proprio quella comunione di amore, fedele e indissolubile, che unisce l’uomo e la donna, una comunione che ha una bellezza austera e semplice, un carattere sacro e inviolabile e una funzione naturale nell’ordine sociale». Bergoglio sa quello che dice, è consapevole che l’Europa sta morendo perché non fa più figli e se non fa più figli è perché la famiglia, cellula comunitaria fondamentale, è sempre più sacrificata sull’altare del Mercato che vorrebbe un’umanità atomizzata e presente solo per massimizzare il proprio interesse. Per questo il Pontefice ha dichiarato di ritenere «urgente che si intraprendano reali politiche a sostegno delle famiglia, dalla quale peraltro dipende l’avvenire e lo sviluppo degli Stati. Senza di essa non si possono infatti costruire società in grado di affrontare le sfide del futuro. Il disinteresse per le famiglie porta poi con sé un’altra conseguenza drammatica – e particolarmente attuale in alcune Regioni – che è il calo della natalità. Si vive un vero inverno demografico! Esso è il segno di società che faticano ad affrontare le sfide del presente e che divengono dunque sempre più timorose dell’avvenire, finendo per chiudersi in se stesse».

Aprirsi alla famiglia significa aprirsi all’altro e non poteva mancare anche un riferimento al fenomeno delle migrazioni da parte di Papa Francesco, anche se, pure stavolta, non è finito sui giornali. Sarà perché, perfettamente in linea con il magistero della Chiesa cattolica, Bergoglio ha ribadito che accogliere è un dovere cristiano ma che deve essere sempre accompagnato da quel principio di responsabilità che garantisce il bene comune. Sui migranti il Pontefice ha detto che «Pur riconoscendo che non sempre tutti sono animati dalle migliori intenzioni, non si può dimenticare che la maggior parte dei migranti preferirebbe stare nella propria terra, mentre si trova costretta a lasciarla «a causa di discriminazioni, persecuzioni, povertà e degrado ambientale. […] Accogliere l’altro richiede un impegno concreto, una catena di aiuti e di benevolenza, un’attenzione vigilante e comprensiva, la gestione responsabile di nuove situazioni complesse che, a volte, si aggiungono ad altri e numerosi problemi già esistenti, nonché delle risorse che sono sempre limitate. Praticando la virtù della prudenza, i governanti sapranno accogliere, promuovere, proteggere e integrare, stabilendo misure pratiche, “nei limiti consentiti dal bene comune rettamente inteso, [per] permettere quell’inserimento” (Pacem in terris, 57). Essi hanno una precisa responsabilità verso le proprie comunità, delle quali devono assicurare i giusti diritti e lo sviluppo armonico, per non essere come il costruttore stolto che fece male i calcoli e non riuscì a completare la torre che aveva cominciato a edificare (cfr Lc 14, 28-30)». Parole troppo chiare e nette per essere strumentalizzate dai sacerdoti del politicamente corretto. E se non dovesse bastare, Papa Francesco ha anche aggiunto che «L’integrazione è “un processo bidirezionale”, con diritti e doveri reciproci. Chi accoglie è infatti chiamato a promuovere lo sviluppo umano integrale, mentre a chi è accolto si chiede l’indispensabile conformazione alle norme del Paese che lo ospita, nonché il rispetto dei principi identitari dello stesso».

Il discorso del Pontefice si è concluso con un richiamo molto suggestivo, che richiama alle nostre responsabilità in questo tempo difficile perché dominato da una cultura nichilista e che vuole distruggere ogni identità, da quelle sociali a quelle proprie dell’essere umano. Di fronte a questa sfida epocale Papa Francesco suggerisce di costruire nuove cattedrali: «Lo spirito che deve animare i singoli e le Nazioni in quest’opera è assimilabile a quello dei costruttori delle cattedrali medievali che costellano l’Europa. Tali imponenti edifici raccontano l’importanza della partecipazione di ciascuno ad un’opera capace di travalicare i confini del tempo. Il costruttore di cattedrali sapeva che non avrebbe visto il compimento del proprio lavoro. Nondimeno si è adoperato attivamente, comprendendo di essere parte di un progetto, di cui avrebbero goduto i suoi figli, i quali – a loro volta – lo avrebbero abbellito ed ampliato per i loro figli. Ciascun uomo e donna di questo mondo – e particolarmente chi ha responsabilità di governo – è chiamato a coltivare lo stesso spirito di servizio e di solidarietà intergenerazionale, ed essere così un segno di speranza per il nostro travagliato mondo».

Leggi il discorso per intero: http://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2018/january/documents/papa-francesco_20180108_corpo-diplomatico.html

 

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