Società

Il tiranno democratico: quel criterio obbligatorio (parte 1)

 

 

di Ryszard Legutko (Tempi.it) - La tesi del mio libro The Demon in Democracy è semplice: a dispetto delle enormi differenze, c’è una considerevole somiglianza fra il comunismo e la liberal-democrazia. La tesi è semplice, ma l’insieme di argomentazioni che la sostiene è piuttosto complesso. Quella che segue è la più sintetica argomentazione possibile di quanto affermo.

Ciò che rende simili il comunismo e la liberal-democrazia è che in entrambi i casi il sistema politico è così dominante che permea di sé l’intero edificio sociale, tutte le istituzioni, le norme e la mentalità. Come il comunismo rappresentava il quadro di riferimento ultimo di tutto ciò che accadeva in una società comunista, così la liberal-democrazia rappresenta il quadro di riferimento ultimo per tutto ciò che accade in una società liberal-democratica.

In altre parole, era nella natura del vecchio regime che ogni cosa dovesse essere comunista ed essere chiamata comunista. Non c’era la famiglia, ma la famiglia comunista, non c’era l’educazione, ma un’educazione comunista, non c’era la società, ma una società comunista, non c’era la morale, ma una morale comunista, non l’arte, ma un’arte comunista. Più tardi, quando nel nostro paese si è affermato un nuovo sistema, ho scoperto con un certo disappunto che anche in una società liberal-democratica si esige che ogni cosa rifletta una logica liberal-democratica: la famiglia dovrebbe diventare liberale e democratizzata, e questo dovrebbe avvenire anche per le scuole, la morale, le norme sociali. Si dà per scontato che anche la religione e le Chiese dovrebbero diventare più liberali e più democratiche nelle loro pratiche e nella loro dottrina; anche Dio è arrivato ad assomigliare a un liberal-democratico, così come nel comunismo Dio, sebbene non esistesse, era comunque un buon comunista. Nel comunismo l’aggettivo “comunista” era una parola pigliatutto: tutto ciò che era comunista era superiore a qualunque cosa non-comunista. Mi sono accorto che anche nella democrazia moderna “democratico” è diventata una parola pigliatutto, così come “non democratico” è una dura espressione di condanna.

Tutto ciò mi ha portato a formulare la tesi che entrambi i sistemi abbiano un’inesorabile tendenza a politicizzare tutta la vita; cioè che entrambi i sistemi tendono a imporre le loro strutture, procedure, princìpi, presupposti su ogni aspetto della società, sulle vite, i pensieri e le azioni delle persone. E non solo questi due sistemi impongono le loro strutture, procedure, princìpi, presupposti, ma credono fermamente che questa imposizione sia benefica, necessaria, desiderabile da parte delle persone, e che sia anche in sintonia con la corrente generale della civiltà.

La politicizzazione comunista aveva un ambito di applicazione globale ed era dolorosamente intrusiva. Nessuna meraviglia che ad alcuni risultasse insopportabile. Perciò coloro che volevano resistervi cercavano aree dell’esistenza non ancora toccate dalla politica nelle quali potessero trovare rifugio dall’aggressione politica: queste aree potevano essere la vita privata, l’arte, le attività intellettuali, la religione. Ma nella pratica, trovare rifugio si rivelò parecchio difficile: le autorità comuniste erano consapevoli delle strategie di fuga e fecero del loro meglio per annettersi quelle aree e incorporarle nel loro dominio politico.

La famiglia e la vita privata sembravano essere le ovvie fortezze entro le quali si sarebbe potuta trovare pace e sicurezza dall’ubiqua presenza dell’ideologia e della propaganda ufficiali. C’erano anche altre fortezze – la memoria storica o la memoria individuale conservata in narrazioni condivise fra amici. C’erano l’arte e la bellezza – le persone cercavano riparo dalla bruttezza e dall’insopportabile noia dell’ideologia nella poesia classica, nella musica, nei capolavori dei grandi maestri, e sfuggivano alla rimbombante volgarità della neolingua comunista memorizzando vecchie poesie o leggendo letteratura classica, o andando in chiesa per immergersi nella liturgia, nella parola del Vangelo, nel mistero e nella spiritualità. L’esistenza della Chiesa cattolica nel mio paese è stata un fatto di fondamentale importanza per la salvezza dell’anima della nazione.

Ma i comunisti, come ho detto, erano perfettamente consapevoli di queste strategie, e fecero tutto quello che potevano per conquistare quei territori. Ciò fu particolarmente vero nei primi tempi del loro regno, quando il volume della nuova ideologia era assordante e la sua intensità tale da istupidire. L’attacco alla vita privata e alla vita familiare fu in quel tempo particolarmente forte. I comunisti erano allora all’avanguardia mondiale dei processi di cambiamento: furono i primi a rendere facilmente accessibile il divorzio, i primi a introdurre l’aborto su richiesta, i primi a conferire potere ai giovani sugli anziani, agli studenti sugli insegnanti, ai figli sui genitori. Ma più tardi il partito comunista lasciò perdere, e la morsa della politica si allentò. Dopo il periodo della tirannia del cosiddetto realismo socialista, l’arte divenne più libera; gli studi umanistici, all’inizio interamente asserviti al sistema, più tardi guadagnarono un po’ di indipendenza; il linguaggio, che all’inizio era stato posto sotto stretta sorveglianza e trasformato in neolingua, più tardi si emancipò considerevolmente dalle catene dell’ideologia.

Il metodo per prendere il controllo su queste cose – la famiglia, la vita privata, l’arte, la morale, il linguaggio – fu di introdurre e poi rendere obbligatorio un criterio: il criterio della correttezza. Dal momento che tutto era politico e dal momento che la politica era regolata dall’ideologia, era ovvio che tutto doveva essere compatibile con i princìpi basilari di questa ideologia, e non erano permesse note dissonanti. Non esistevano più osservazioni o atti innocui, perché tutto era chiaramente coerente o chiaramente incoerente con l’ideologia. La coerenza con la dottrina era chiamata correttezza, e la correttezza sostituì la verità, la bellezza, l’eleganza e lo stile. Sempre e in ogni situazione – che si trattasse di un’esperienza privata, di un pensiero, di un discorso, di una poesia o di un’affermazione filosofica – questa coerenza doveva essere evidente, chiara, facile ad essere percepita da tutti. Questo significa che ciascuno in tutto ciò che faceva o diceva doveva fare uno sforzo per mostrare questa coerenza, per dimostrarla con una frase, un gesto, un simbolo, al fine di prevenire possibili dubbi e accuse. E precisamente perché le persone erano obbligate a dimostrare la loro correttezza, molti videro in essa un’opportunità per rintracciare e scovare coloro che erano troppo pigri, o troppo spericolati, o troppo ingenui per rendere manifesta la propria correttezza o, orribile a dirsi, la ignoravano deliberatamente.

Articolo tratto da https://www.tempi.it/il-tiranno-democratico#.WscNd00UlaQ

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