Società

Che razza di razzismo è questo?

di Antonio Giuseppe D’Agostino – Razzismo, razzismo, razzismo. C’è qualcosa di paradossale in quello che sta accadendo in Italia, dove ad ogni singola aggressione la stupidità umana cerca di continuare l’eterna lotta (tutta italica) di dividere il mondo in buoni e cattivi, in rossi e neri, italiani e stranieri, rispolverando vecchie litanie e dimenticando come questo clima ha già abbondantemente impoverito l’Italia negli anni passati. 
Ogni singolo fatto di cronaca, che vede coinvolto un immigrato o una persona di colore o etnia diversa, viene visto con gli occhi di chi vuole colpevolizzare un’intera Nazione, per non parlare poi di chi governa, oggi al centro di un attacco mediatico isterico e senza scrupoli. Il circuito dei media dimentica le caratteristiche fondamentali dell’informazione e devia persino le notizie degli inquirenti che negano qualsiasi principio razzista, come nel caso della giovane atleta italiana colpita all’occhio con un uovo. Da diversi giorni, nella zona, una macchina miete vittime a colpi di uova, senza distinzione di sesso, razza o religione, ma l’informazione è convinta che sia un caso di razzismo, cosi come la giovane atleta (iscritta ai Giovani Democratici) che nelle sue dichiarazioni punta il dito contro la discriminazione.
“I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio Mondo”, sosteneva Wittgenstein, e questo sistema, compresso fra chi vuole avere ragione e chi pone dubbi alla ragione stessa, sta letteralmente depauperando un Paese, costretto a vivere di storture e di paradossi.
A cosa serve enunciare le notizie (censurate) sui crimini commessi dagli “altri”, derubricate a semplici modi di vivere? Sarebbe inutile e riduttivo spiegare come la gente continua a non sentirsi sicura (non per la presenza del diverso), ma per la mancanza di uno Stato e di una Giustizia che possa garantire protezione.
In tutto questo bailamme, in questa lotta che legittima solo ed escluisivamente una parte politica, la verità viene sotterrata da un cumulo di meschinità che rendono credibile l’antifascismo in assenza del fascismo e l’antirazzismo in assenza del razzismo.
Misure che servono solo ad una sinistra ipocrita e a quei sinistrati che non riescono ancora ad elaborare il lutto per essere rimasti orfani di un’ideologia che oggi, grazie al lavoro degli storici contemporanei, mostra i suoi lati peggiori.
Qui non si tratta, infatti, di “loro” contro “noi”, ma di quel buonsenso che allontana ogni meschinità, ribadendo con Karl Krauss 
“non c'è niente di più gretto dello sciovinismo e del razzismo. Per me tutti gli esseri umani sono uguali, pecoroni se ne trovano ovunque e per tutti ho lo stesso disprezzo”.
Un biasimo che dovrebbe diventare universale, condiviso e non essere applicato solo a quelle categorie sociali che oggi sono diventate il baluardo di un sinistrume ipocrita che nega verità fattuali e giudiziarie, al solo scopo di continuare ad utilizzare la vecchia favola e i vecchi ritornelli.
Racconti che stonano con la realtà e rappresentano fantasmi di un passato che qualcuno vorrebbe fare ritornare, dimenticando come quel 
“pagherete caro, pagherete tutto”, quella divisione fatta a colpi di hazet 36, ha lasciato sul selciato, sulla strada, ragazzi della stessa età ma di diverso colore politico. 
Una proiezione ideologica incapace di accettare il diverso, politicamente parlando, che stona anche con quell’umanità a cui tutti ci vorremmo rifare; un film corrotto e violento, incapace di un’autocritica e di un’analisi ad ampio spettro.
Forse quello che oggi manca, a tutti, è quel grandangolo spesso usato dai registi, quella visione focale che permette un’inquadratura globale, che ci consente di affermare, usando le parole del regista Dino Risi, 
“il razzismo finirà quando si potrà dare dello stronzo a un negro”.

 

 
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