Società

Caso Desirée: fate pace con il cervello

 

 

di Antonio Giuseppe D’Agostino – Additata come “una tossica” (ma pur sempre una vittima, ndr), “figlia di una ragazza-madre”, una “predestinata” o, al limite dell’assurdo, una “fortunata” in quanto vittima di immigrati. Povera Desirée, uccisa dalla violenza del branco, ma massacrata da chi oggi specula sul razzismo più dei razzisti stessi. Non interessa qui citare nomi e cognomi, sigle di partiti, che sulla morte di questa povera sedicenne stanno tentando di trovare un palcoscenico o di rimediare qualche voto in più. Qui, quello che si cerca di trovare è quel buonsenso che allontana ogni meschinità ed ogni ipocrisia che tenta di travestire di umanità e difendere a spada tratta quegli esseri inumani che hanno portato alla morte l’adolescente.

Inutile impelagarsi in scuse farsesche, in vani tentativi di arrampicarsi sugli specchi, dopo avere condannato Desirée ad una seconda morte, forse più terribile della prima, trovando sponde sociologiche o accusando la famiglia di chi sa quali reati e condannando il mondo della droga. Queste obiezioni non reggono, se arrivano da quell’élite liberale che ha devastato il concetto stesso di famiglia, trovando dal ’68 in poi negli stupefacenti rifugio e paradigma della libertà. Un finto moralismo che puzza di infima ipocrisia. Inutile, se non paradossale, accusare chiunque di analfabetismo funzionale, quando si è colpevoli e complici di un sistema che ha creato un’ignoranza dell’anima che i radical chic sono i primi a cavalcare, accusando tutti di essere contro gli immigrati, mentre la discussione riguarda l’immigrazione.

Come dimenticare le passerelle istituzionali per l’omicidio di un migrante, le manifestazioni sindacali e partitiche contro ogni singolo imbecille che attacca o aggredisce uno straniero? L’unica cosa che loro, residuati putrescenti e miasmatici dei figli dei fiori, dovrebbero avere il coraggio di fare è quella pace con il cervello per ritrovare un minimo di equilibrio. Perché, ciò che per loro è il verbo, quello che vorrebbero diventasse implicito, non è nient’altro che una stupida attitudine a creare timore e tremore, negando anche l’evidenza dei fatti ed affermando il torto come verità, non tenendo contro del postulato kierkegaardiano “l’etica esige sé stessa da ogni individuo”.

 

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