Storia

Le Foibe e l’incapacità italiana di abbandonarsi alla Storia

 

 

di Antonio Giuseppe D’Agostino – Tutti gli anni la Giornata del Ricordo, instaurata per non dimenticare l’esodo e lo sterminio voluto dai partigiani titini, si accompagna ad una ridda di polemiche e valutazioni storiografiche che nulla hanno a che fare con la Storia. Un atteggiamento che mina il concetto stesso di ricordo e di commemorazione, ma che tenta di nascondere menzogne tipiche delle ideologie e degli ideologismi del secolo scorso, ancora in vita soprattutto in Italia. Nella nostra Nazione, infatti, è impossibile affrontare un “fatto storico” senza incorrere in approvazioni e bocciature da parte di una fazione o dell’altra, mentre si dimentica che raccontare la storia vuol dire di-svelare i misteri e le dimenticanze, le omissioni e le cancellazioni della memoria, altrimenti la storia si trasforma in fabula. Il mito del partigiano buono, lo stesso che massacrò bambini, donne, preti e anarchici, in nome del comunismo, relega la storia in questo campo e impedisce di versare anche solo una lacrima per le migliaia di italiani morti all’interno delle foibe, di chiara matrice comunista.

Il dieci febbraio, a ragione, dovrebbe essere intitolato all’oblio della memoria, alla mancanza di storia, all’esaltazione dello storicismo, al non-ricordo, se ancora le diverse fazioni si scontrano e si accusano sulla veridicità storica di un evento che rappresenta un lutto per tutto il Paese.

La Giornata del Ricordo e le Foibe, su cui si è riuscito a fare anche del bassissimo sarcasmo per colpire la destra italiana, non ci parlano solo dei morti ammazzati, dei sepolti vivi nelle cavità carsiche da parte dei soldati con la stella rossa, ma di un lento e constante isolamento da parte della comunità italiana su indicazione del PCI, in particolare quello giuliano, che invitò gli abitanti di quelle zone ad accogliere le forze titine (ormai non più partigiane in un’Italia già liberata dai nazi-fascisti) “come fratelli maggiori che ci hanno indicato la via della rivolta e della vittoria contro l’occupazione nazista e dei traditori fascisti”. Un invito che si trasformò in massacri e umiliazioni, in una spietata eliminazione di massa per accaparrarsi quei territori che iniziò, come per lo sterminio degli ebrei, con l’invito a presentarsi con i documenti in mano per redigere l’elenco dei cittadini italiani, ma di fatto furono emesse liste di proscrizione che portarono all’epurazione di chi era contrario alla slavizzazione titina , tanto che fu soppressa la liberà di stampa e fu organizzata una polizia segreta simile, in tutto e per tutto, alle polizie nazi-fasciste solo che ora avevano la stella rossa come simbolo.

Per fare questo, per impedire ogni possibile resistenza, furono disarmati il CLN, la Guardia Civica, il Corpo dei Volontari della Libertà, tutte le forze armate che avrebbero potuto impedire la carneficina etnica voluta dal Generale Tito (al secolo Josip Broz), un vero e proprio genocidio territoriale giustificato, anche successivamente, con la necessità di epurare quei terreni dalla “feccia nazi-fascista” che in quel caso comprendeva anche bambini di età inferiore ai 6 anni. Ma tutto resta in silenzio, nonostante i numeri dell’eccidio parlano chiaro, mentre si dimenticano, per non ricordare, anche i partigiani italiani relegati e torturati nell’Isola Calva (Goli Otok ) solo perché fedeli al “compagno” Stalin.

Le Foibe, in fin dei conti, sono solo questo: un’ipocrita rappresentazione dell’oblio umano incapace di distruggere il mito del comunismo buono, della liberazione gentile.

Per questo osceno confondimento fra storia e storiografia, fra mito e realtà; per questo male incurabile che colpisce la memoria e il ricordo, forse l’unico antidoto rimane quanto affermato dalla filosofa Hannah Arendt: “la mia opinione è che il male non è mai ‘radicale’, ma soltanto estremo, e che non possegga né la profondità né una dimensione demoniaca. Esso può invadere e devastare tutto il mondo perché cresce in superficie come un fungo. Esso sfida come detto, il pensiero, perché il pensiero cerca di raggiungere la profondità, andare a radici, e nel momento in cui cerca il male, è frustrato perché non trova nulla. Questa è la sua banalità”.

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