Storia

23 ottobre, oggi come ieri ‘avanti ragazzi di Buda’!

 

 

di Giuseppe Fontana - Erano le ore 15 di un piovigginoso 23 Ottobre 1956 quando, le sempre più insistenti voci provenienti dalla Polonia che davano per certa la riabilitazione del dissidente polacco Gomulka, indussero gli eroici studenti della facoltà di Economia di Buda a riunirsi attorno al bronzeo monumento dedicato al poeta e patriota Sandor Petofi, sommo esponente del romanticismo ungherese. Il riecheggiare nelle menti dei suoi mistici versi risultarono più veementi della paura suscitata dai sovietici ammonimenti. La sua statua, erta sulla sempre più copiosa folla, sembrava volesse ricordar ad ogni magiaro ivi presente le strofe di un suo celebre poema “La libertà, l'amore! Di questi due ho bisogno. Per l'amore io sacrifico la vita, Per la libertà sacrifico l'amore!”.

Ben presto agli studenti si unirono gli operai, i contadini ed alcuni reparti dell’esercito ungherese. L’iniziale manifestazione pacifica, dopo l’intervento armato da parte della Hav (Polizia segreta ungherese) fedele a Mosca, si tramutò ben presto in una vera e propria insurrezione popolare. Fu così che circa 300.000 ungheresi di tutte le estrazioni sociali, senza distinzione di sesso di età e di credo politico, si riversarono come un fiume in piena sulle piazze, dentro le vie,travolgendo,occupando e demolendo quei barbari simboli di una tirannide sovietica che, come un giogo, aveva umiliato per più di un decennio quell’identità storico-culturale di un intero popolo, amante e servo solo delle proprie tradizioni millenarie.

La nomina del dissidente marxista Imre Nagy a capo del neonato governo ungherese, comportò la dichiarazione di fuoriuscita dal Patto di Varsavia della Repubblica Popolare d’Ungheria.

Kruscev non era certamente Gorbaciov, e l’atroce risposta sovietica non tardò a giungere. Il 4 Novembre infatti, 4.000 carri armati, varcando il confine ungherese, ebbero come unica consegna la violenta repressione di una rivoluzione che bramava semplicemente un’autentica “libertà identitaria”. Quest’ultima, così pura pacifica e vera, avrebbe difatti potuto minare dalle basi la fanatica, violenta e falsa ideologia di un gigantesco regime basato sulla menzogna, e la cui sopravvivenza era strettamente correlata alla sola capacità di istillare terrore e paura nelle menti dei popoli sottomessi. Il popolo ungherese, innanzi a tale terrore non arretrò di un passo ,e contrapponendo stoicamente la propria viva carne al gelido acciaio dei carri sovietici, lanciò il cuore oltre l’ostacolo. Impari fu la lotta: migliaia furono i caduti e migliaia furono i martiri a seguito delle persecuzioni ad insurrezione sedata.

In questi decenni non si contano gli innumerevoli studi tesi a dare una spiegazione plausibile circa le motivazioni di tale insurrezione. Esse variano da tesi anarchiche a quelle nazionalistiche passando per quelle atlantiste.

Molto più semplicemente, però, le motivazioni di tale rivoluzione (come amano definirla i fratelli ungheresi) vanno rintracciate in quella volontà di autodeterminazione di un popolo. Un popolo che, oppresso da ideologie distanti e dissociate da ciò che è reale e vero, tende ad esplodere in ciò che oggi i “benpensanti radical-chic” etichetterebbero come banale “populismo” , ma che alla prova dei fatti altro non è che puro senso di appartenenza identitaria.

Ciò che ieri era Mosca, purtroppo oggi si è tramutato in Bruxelles. Il sodalizio, in seno all’Unione Europea, tra dittatura del pensiero unico e lobby della finanza tende ad assumere ugual significato ed egual minaccia che i carri armati sovietici assunsero in passato.

Ieri come oggi, i fratelli magiari guidati da Victor Orban, rappresentano l’avanguardia e la voce del “vero”. Dal canto nostro, ieri come oggi senza “se” e senza “ma” urleremo "Avanti ragazzi di Buda!”

NAGY MAGYARORSZAG!

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