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La nostra chiacchierata impertinente con Sasà Striano...o "qualcosa" di più

di Luigi Iacopino - Impertinente avrebbe dovuto essere ed impertinente è stata. Ma, a pensarci bene, la chiacchierata con Sasà Striano è stata qualcosa di più. Lo scrittore e attore napoletano, presente nella città in riva allo stretto in occasione della XII° edizione del Reggio Calabria Filmfest, per via della sua storia personale che non esita a condividere <<se può essere d’aiuto a qualcun altro>>, è destinato a lasciare un’impronta importante in quel cammino di vita che siamo chiamati ad affrontare, trattando spesso con superficialità temi che meriterebbero una prospettiva più “impertinente”. 45 minuti di formazione, tre quarti d'ora di politicamente scorretto, proprio come piace a noi, slegati da categorie squalificanti, fobie ed etichette preconfezionate.

Ma veniamo a noi. Crescita difficile, vita da camorrista, carcere, riscatto. Sasà si è fatto il regalo più bello che potesse farsi - si è ripreso la propria vita affrontando il "lupo nero" - e oggi rappresenta un esempio di quella generazione che a noi piace tanto, la generazione, tanto per intenderci, che non ci sta ad arrendersi e lotta, anche strenuamente, e faticando, cerca di cogliere le opportunità che la vita riesce a donare. È pur vero che non è possibile racchiudere in quattro parole la vita di un uomo ma forse si può tentare di racchiudere in un’affermazione un insegnamento importante: <<non esiste il fascino del crimine, i criminali sono degli sfigati>>. Un convincimento esattamente opposto a quello che qualche film e serie tv rischia di conseguire attraverso una rappresentazione alterata della realtà, forse tradendo la missione (originaria) di denuncia che avrebbero dovuto svolgere per cascare nel pendio scivoloso che conduce al marketing. Per lui, ben consapevole dell'eventualità di questa deriva, <<i criminali vanno rappresentati per quello che sono>> e <<gli artisti dovrebbero avere il patentino per parlare di determinati argomenti>> perché diseducazione, impreparazione culturale e pericolosità nella dialettica portano con sé il pericolo di imporre messaggi sbagliati e suggerire l’emulazione. Touché. Il problema coinvolge la cultura e l’informazione, la scuole e le famiglie. Coinvolge i fan della criminalità che ci lucrano e anche chi vorrebbe davvero debellarla. Lo abbiamo capito.

I messaggi lanciati – incentrati sull’importanza del riscatto, rinnovando la propria esistenza, e sul coraggio di sperimentare percorsi nuovi, mettendo in discussione se stessi – si intrecciano con un fiume in piena di pensieri che non dà nulla per scontato ma che mette in evidenza alcune parole chiave. Speranza, in primo luogo, per chi vuole cambiare la propria vita, soprattutto chi vive o ha vissuto l’esperienza del carcere, e deve trovare apertura e comunione in una società che deve essere in grado di <<tendere una mano>> a coloro che sbagliano, soprattutto se condizionati dai contesti sociali o familiari, allontanando la tentazione del facile giudizio. Perché possono essere diverse le vie del cambiamento, dal teatro allo sport, al volontariato. Fiducia, in secondo luogo, perché la soluzione non è “puntare il dito contro i giovani”, mettendo in evidenza solo il male, ma è quella dell’educazione, dell’istruzione e della formazione. Aspetti, potremmo dire, che il politicamente corretto e il professionismo dell’antimafia, che spesso ragionano ideologicamente, hanno riposto nel cassetto delle scartoffie. Speriamo che non passino alla macchina distruggi documenti. Finché c'è vita c'è speranza. Ma i giovani, sottolinea l'attore napoletano, non devono vivere necessariamente con la <<parola antimafia>> appiccata addosso, quanto piuttosto, vivere normalmente, nella vita di tutti i giorni, come artista, pittore, sculture, sportivo, infermiere, dottore.

Il cambio di prospettiva, tuttavia, non deve essere limitato all'analisi dei fenomeni e al cambio di passo. Anche strategie e soluzioni, tattiche e approcci devono essere oggetto di un'opera di ripensamento orientata all'uomo e alla sua dimensione umana e valoriale. Passo dopo passo, il percorso è importante e va dall’accoglienza a quell’accompagnamento che fa leva sulla promozione dei talenti personali, dalla consapevolezza alla vigilanza, dallo spirito di sacrificio alle azioni di gruppo. Per non tacere poi della necessità di mutare atteggiamento anche e soprattutto nei confronti dei carcerati, un atteggiamento che metta al centro il rispetto dei percorsi e dei tempi del pentimento necessario a <<uccidere il mostro che c’è dentro>>, accettando anche la sola dissociazione piuttosto che andare incontro a <<pentimenti tecnici>>. Che sia in grado di offrire contenuti nuovi, forme di partecipazione e vicinanza. Che spinga all’audacia di comunicare e interagire con i carcerati che vogliono cambiare per indurli a uscire dal pantano.

Come abbiamo detto: 45 minuti di formazione, tre quarti d'ora di politicamente scorretto, proprio come piace a noi, slegati da categorie squalificanti, fobie ed etichette preconfezionate. La chiacchierata con Sasà Striano, che ha mirabilmente alternato serietà e ironia, realismo e slancio emotivo, è stata una boccata d’aria che si conclude con un appello ai meridionali: <<siamo un popolo maturo per capire che ci dobbiamo rimboccare le mani>>.

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