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Quella generazione social che induce al disprezzo e al vomito

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di Antonio Giuseppe D’Agostino – “Sono tutto scosso da conati di vomito. Mi fanno male le gambe, le braccia. Mi fa male la pelle. Ho la testa svuotata, ma la cosa più rivoltante è questo sapore che ho in bocca. Non sa di sangue né di morte né di febbre, ma di tutto questo messo insieme. Mi basta muovere la lingua perché tutto si faccia nero e l’umanità mi ripugni.
Oh Caligola, forse il tuo personaggio (descritto abilmente da Albert Camus) fotografa alla perfezione il senso di impotenza e di rifiuto che oggi si dovrebbe avere per questo genere di umanità.
Nemmeno il tempo di piangere e riflettere per la morte di una giovane donna, le cui azioni sessuali erano state postate (oggi si dice cosi, ndr) su Whattapp, con una noncuranza che allontana l’essere umano dalla sua umanità, che subito la rete mostra il lato più brutto di una generazione persa nell’incapacità di riconoscere il limite. Un ragazzo, poco più che adolescente, che offende il genere umano scagliandosi contro una professoressa rea (a suo dire) di imporre le regole di comportamento in classe, quell’educazione che i nostri genitori fino a qualche anno fa ci insegnavano, a volte anche con una sberla pedagogica. Insulti che sanno di vilipendio dove la frase “io sto dove c…o voglio, faccio quello che c…o voglio” diventa la cartina tornasole di una generazione che andrebbe immediatamente ricondotta a quella disciplina che l’educazione, non l’insegnamento, porta con sé. Non c’è rimedio alla volgarità e alla tracotanza con cui questi giovani esseri senza coscienza, senza spirito e senza sensibilità, si mostrano ogni giorno che passa, tanto da fare diventare postulato l’affermazione del filosofo Emil Cioran “talvolta si vorrebbe essere cannibali, non tanto per il piacere di divorare il tale o il talaltro, quanto per quello di vomitarlo”. Perché, al di là di ogni singola retorica posizione morale, “l’inconveniente di essere nati” (libro scritto dal pensatore rumeno) non è rivolto al dramma che ogni singolo essere senziente vive nella società contemporanea, ma è indirizzato verso la società stessa che sopravvive a se stessa anche grazie a queste forme di vita.
Causa principale di questo depauperamento: la disgregazione della famiglia, intesa come cellula primordiale dove l’educazione e la disciplina veniva insegnata. Il crollo di questa realtà hegeliana, del principio fondamentale del divenire della società, ha creato mostri che non riescono a comprendere come la parola libertà venga sempre e solo seguita da un altro lemma: responsabilitàQualsiasi individuo è responsabile di ciò che dice e che fa, di quello che ogni sua azione comporta e non può allontanare da sé nessuna conseguenza che il suo agire produce. Questa è sempre stata una regola fondamentale per vivere all’interno dello Stato Sociale teorizzato da Rousseau in poi, tanto da dovere privare ogni singolo cittadino di una qualche forma di libertà per garantire la sicurezza collettiva.
Oggi, questa scienza, questo paradigma è stato annullato dal crollo della famiglia che tutela la propria mancanza di controllo sulle giovani generazioni, minando la base stessa del sistema di istruzione, della scuola, della società stessa, assolvendo in tutto per tutto questi giovani che hanno il cervello immerso nella vasca dell’informatica che la contemporaneità ha prodotto. “È sempre stato un bravo ragazzo”, oppure, “non ha mai dato troppi problemi”, sono le parole che spesso sentiamo, registriamo nella nostra memoria, ogni volta che un fatto di cronaca si palesa alle nostre coscienze. Ma, fra quell’azione delittuosa (qualsiasi essa possa essere) e il momento in cui viene commessa, spesso ci sono atteggiamenti che vengono sottovalutati, che giacciono nella coscienza di ogni famiglia che non ha (e non vuole avere) gli strumenti per capire cosa i giovani oggi potrebbero diventare.
Oh Caligola, sarebbe meglio nominare senatore un altro cavallo, che crescere generazioni di trogloditi informatici, di neanderthaliani contemporanei a cui è stata negata la possibilità di distinguere il bene dal male. Un dualismo che oggi diventa sempre più necessario, perché l’eliminazione di tutte le barriere morali, voluta da quella pseudo-cultura del pensiero unico, ha prodotto l’allontanamento di qualsiasi differenziazione, l’incapacità di distinguere persino il male assoluto. Perché il nichilismo è stato confuso con l’annichilimento è “l’Umano Troppo Umano” si è perso in favore della bestia, che ha impedito all’uomo di ragionare in maniera singola, di diventare un unico, portandolo verso l’unificazione del pensiero.
Di qui la grande paura dei giovani di essere dei solitari, la voglia di un conformismo anche nelle pratiche più barbare, il desiderio di essere gruppo incosciente e non un insieme di coscienze singole che creano gruppo. Perché alla fine, ha sempre avuto ragione F.W. Nietzsche “nella solitudine il solitario divora se stesso, nella moltitudine lo divorano i molti. Ora scegli”.
(l’immagine è stata presa da uno dei tanti video presenti nella rete)
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