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Politica Nazionale

L’emergenza immigrazione si traduce in ipocrisie e passerelle

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Di Antonio Giuseppe D’Agostino – Ancora una volta le ipocrite passerelle istituzionali diventano una rappresentazione plastica di un’Italia che non funziona, anche e soprattutto, a causa di un buonismo becero e partigiano che non riesce ad affrontare la realtà delle cose.
Bisogna avere un po’ di sano orgoglio italico, un moto di passione che ricorda quella gens a cui l’imperatore Marco Aurelio ammoniva “concentrati bene su questo concetto e tienilo sempre presente: è tuo dovere essere onesto e dire e fare senza perder tempo ciò che richiede la natura umana e che a te sembra più giusto: ma fallo di buon animo, con discrezione e senza ipocrisia”.
Parole che risuonano come un rimprovero e che servirebbero ad analizzare la Giornata nazionale in memoria delle vittime dell’immigrazioneun altro evento nazionale dal chiaro sapore della finzione.
Un palcoscenico che non ha nient’altro che l’odore nauseante di una prosaica passerella che nega l’evidenza di un problema esistente nel nostro Paese.
La morte dei tantissimi disperati, che ogni giorno pagano profumatamente i loro aguzzini per attraversare il Canale di Sicilia e giungere nelle sponde italiane, non può non sconvolgere il cuore di ogni singolo essere umano, ma deve mettere le coscienze difronte a un altro grosso problema che si traduce nel buonismo di una Nazione che non riesce a comprendere come la vita degli “altri” sia legata ad un business.
Quei corpi che galleggiavano e che galleggeranno nel Mediterraneo, trasformandolo in un mare di sangue, sono il frutto di interessi sovranazionali; di quegli accordi che permettono ad associazioni pseudo umanitarie e a cooperative di vario genere di gestire un’emergenza che dovrebbe trovare una risposta nei paesi da cui queste persone scappano.
Non un retrogrado e qualunquista “aiutiamoli a casa loro”, ma l’analisi di un fenomeno che sta implodendo con tutte le sue ipocrisie e le sue false solidarietà, dove l’Italia è stata abbandonata a se stessa da un’Europa che guarda ai migranti come a un numero da finanziare o da redistribuire fra i vari Stati (gli stessi che poi pongono vincoli e costruiscono muri).
La notizia della mancanza di finanziamenti, per chi gestisce l’emergenza immigrazione, e la possibile chiusura di tutte le attività definite di “volontariato”, mette in evidenza come la solidarietà stia “professando virtù che non rispetta, si procura il vantaggio di trasformarsi, agli occhi di tutti, in ciò che più disprezza”.
Altro che Dizionario del Diavolo (Ambrose Bierce), ma un lento, inesorabile e perverso processo economico che mina la stessa percezione del fenomeno fornite da quelle élite che governano, che gestiscono e che si arricchiscono sulla pelle di chi tenta la via della libertà e muore in mare.
Help Center, associazioni culturali, centri sociali, cooperative, movimenti per i diritti degli immigrati, sono tutti propensi a stabilire come un immigrato debba stare e vivere in Italia, senza pensare a cosa subisce per scappare da quelle terre, dimenticando il “vil denaro” che bisogna sborsare per imbarcarsi verso quella speranza che può trasformarsi in morte, ma con un occhio puntato sul lauto compenso per questa solidarietà dell’accoglienza, senza pensare che questo denaro potrebbe favorire lo sviluppo di quei paesi e di quelle persone.
Per ogni naufragio, per tutti i migranti annegati, la parola “mai più” risuona come un’ecolalia politica e istituzionale, all’insegna del più becero menefreghismo, nascondendo il suono degli euro incassati per ogni singola vita umana, che giunge disperata nella nostra terra e che gonfia la pancia della dantesca lupa della solidarietà.
Anche i morti fanno cassa, trasformati in eventi che rimpinguano le tasche di chi oggi piange e domani controlla i conti correnti e minaccia di chiudere, una volta che dal rubinetto viene interrotto il flusso di finanziamenti necessari per aiutare “volontariamente” i migranti.
Solo ieri, nel Canale di Sicilia sono stati tratti in salvo sei mila immigrati e fra questi c’erano nove cadaveri che sembrano puntare il dito contro quell’ottusa e becera passerella, che non fa nient’altro che rinnegare una compassione necessaria per la dignità di ogni singolo individuo.
Un ammonimento per tutti quelli che erano favorevoli all’immigrazione, che criticavano chi asseriva che era un problema, mentre oggi accusano l’Europa di essere stati abbandonati e chiedono interventi urgenti, per risolvere le crisi in quei territori che costringono le persone a fuggire, e nuovi finanziamenti.
Quei corpi senza vita, insieme ai cadaveri sepolti in mare e dal mare, non fanno nient’altro che evidenziarela galera morale e ideologica che vincola ancora l’Italia e che è pregna di una falsità etica annichilente per ogni possibile interpretazione.
Ma questo è un dato di fatto, una realtà indiscutibile che diventa postulato nel momento in cui si arriverà a comprendere, insieme al Nietzsche di Bogotà, che “l’ipocrisia non è lo strumento dell’ipocrita, ma la sua prigione”.
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