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“No alla violenza sulle donne”, apparire non è partecipare

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di Antonio Giuseppe D’Agostino – Bisogna essere controcorrente e ammettere con il filosofo Nietzsche che spesso “il cinismo è l’unica forma nella quale anime volgari sfiorano quel che è onesto”.
La manifestazione nazionale organizzata dal Partito Democraticodopo i fatti di Melito Porto Salvo (RC), dove una minorenne è stata stuprata dal branco per anni, ha il chiaro sapore di una sprezzante presa si posizione che tenta di veicolare lo sdegno in chiave politica.
Sia chiaro, l’evento ha la sua legittimità e la partecipazione di tante classi ha concesso un attimo di emozione, ma bisogna anche considerare che in molti, in tanti, sono stati cooptati.
Nelle scuole e nelle classi, molti dirigenti e professori hanno trasformato il “bisognerebbe andare” in un netto “si deve” permettendo alla politica, attraverso un surrogato di dittatura, di auto-compiacersi e auto-celebrarsi.
Che senso ha marciare per i diritti delle donne in una Regione dove la tutela del lavoro femminile è quasi inesistente? Dove i centri ascolto rischiano di chiudere? Dove alle passate elezioni non è stata approvata la doppia preferenza di genere?
Quale lezione si può dare alle giovani generazioni, se anche queste tematiche vengono sfruttate per trovare una sponda elettorale, soprattutto in quel SUD dove la politica manca e priva gli stessi cittadini del proprio stato di diritto?
Recentemente i dati della Caritas hanno fotografato una realtà impietosa, i meridionali (uomini e donne) sono quelli che maggiormente si rivolgono ai centri e alle mense organizzate per i più poveri, superando persino gli immigrati.
Per non parlare della stampa e delle stesse istituzioni che riescono persino a stigmatizzare e tacciare come mafiose o fasciste le manifestazioni di protesta contro la presenza dei centri per i migranti.
Perché a Reggio Calabria è successo anche questo, è capitato che dopo alcuni episodi di violenza e di atti osceni da parte dei migranti minori non accompagnati, ospiti nel quartiere di Archi, i giovani genitori abitanti nella zona hanno protestato contro la loro presenza, che aveva trasformato in un letamaio la piccola palestra a ridosso della struttura in cui dovrebbero essere accuditi.
Ma Archi è una terra di ‘ndrangheta e questo ha portato la stampa e persino la politica, la stessa che in quel quartiere ha preso voti, a tacciare tutto come mafioso o fascista, vista la presenza di una runa in uno dei manifesti che richiamava ad Avanguardia Nazionale.
Giovani madri che lottavano e protestavano pacificamente contro un’imposizione della politica, sono subito state trasformate in mafiose e fasciste da una cultura radical-chic che non tutela più nessuno, che viaggia sui social dimenticando i territori.
Che senso ha, dunque, questa manifestazione se non attribuire un colore politico a una battaglia che deve essere compresa e accettata universalmente?
Senza dimenticare che anche il numero dei presenti, circa 8 mila per la Questura, rappresentano una risibile partecipazione, proprio in considerazione della cooptazione imposta nelle scuole, dove la maggior parte dei ragazzi ha preferito (non appena ha potuto) disertare l’Arena Ciccio Franco e non ascoltare i soliloqui dei padroni politici, che non hanno fatto altro che mettere l’ennesimo sigillo, dimenticando la realtà e la drammaticità della tematica che si voleva affrontare.
Certo, bisogna parlarne, si deve continuare a discutere e affrontare il tema della violenza sulle donne”, senza però dimenticare come tutto può diventare commercializzabile, anche i principi e i valori.
Perché apparire non è partecipare, mentre bisognerebbe mettere il proprio cuore a nudo e non prendere posizioni che sanno di mera mercificazione, altrimenti si rischia di cadere nell’errore che denunciava Baudelaire anche l’onestà è una speculazione” in questo caso politica.
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