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Cultura

Quegli inutili eroi della resistenza ipocrita

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Di Antonio Giuseppe D’Agostino – Ora che i sepolcri sono chiusi, dopo essere stati unti dalla retorica della resistenza fatta da pugni chiusi e “bella ciao”, si può affrontare con una certa imparzialità il tema della creazione di inutili miti ed eroi.
La morte di Dario Fo, piuttosto che fare piangere per la perdita di un uomo di teatro, del giullare populista, dovrebbe fare riflettere sulla capacità che gli italiani hanno di innalzare alla gloria personaggi che di eroico non hanno avuto nulla.
Il compianto attore, infatti, faceva parte attivamente (insieme ai membri della sua famiglia) di Soccorso Rosso, ossia un’associazione di intellettuali radical chic che con l’impegno culturale e finanziario ha difeso persone che in Italia si sono macchiate di crimini atroci nel nome dell’appartenenza politica.
I cadaveri di Sergio Ramelli, il ragazzo di soli 17 anni ucciso a colpi di Hazet 36 (le famigerate chiavi inglesi usate da Comitati di Sinistra), e dei fratelli Mattei (22 e 8 anni) uccisi nel “Rogo di Primavalle”, sono stati segnati da quell’ideologia.
Una tensione criminale, mascherata in molti casi da cultura antagonista, che difese i fautori del pugno chiuso a ogni costo, gli stessi che portarono il Paese all’interno degli anni bui del terrorismo politico.
Fo, insieme a tanti altri (Adriano Sofri, Franca Rame, Umberto Eco e Giorgio Bocca, solo per citarne alcuni) furono nella loro vita autori di uno sciacallaggio mediatico-culturale che ha teso sempre e comunque a minimizzare gli episodi di estrema barbarie e crudeltà prodotti dai “compagni”.
Nessuna pietà per quelle vittime, nessuna riflessione neppure tardiva, anche se lo stesso Fo aveva accolto con piacere la scelta di Pisapia di ricordare Ramelli, dimenticando lo scempio commesso anche da parte della sua famiglia sul corpo ancora caldo del giovane “fascista.
L’imperatore stoico Marco Aurelio affermava prova se sei capace di vivere da persona onesta e virtuosa, accontentandoti di ciò che ti assegna l’ordine naturale delle cose e nello stesso tempo ritenendoti soddisfatto di agire con giustizia e benevolenza” ed è in nome di questo ammonimento che non si può affermare giustizia e provare benevolenza per la morte di un uomo che nella sua vita non ha fatto nient’altro che parteggiare per sé, a dispetto della verità stessa.
Fascista, comunista e alla fine pentastellato, Fo incarnava il perfetto uomo che sapeva bene come giocare: più che un giullare un acrobata.
Per questo forse sarebbe stato più utile, da laico come lui stesso si definiva, chiudere il suo funerale non con la retorica e stancante canzone partigiana, ma con le affermazioni di Ambrose Bierce, (Dizionario del diavolo) “ipocrisia: dicesi di persona che, professando virtù che non rispetta, si procura il vantaggio di trasformarsi, agli occhi di tutti, in ciò che più disprezza”.
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