LOADING

Type to search

Politica Nazionale

Il referendum ha spazzato via l’illusione organizzata ma il fronte sovranista è indietro

Share
di Luigi Iacopino – Se volessimo usare il linguaggio di Grillo, l’esito del referendum costituzionale è stato un clamoroso, quanto inaspettato, vaffa generale. Uno di quelli, tanto per intenderci, che farebbero arrossire di vergogna anche un’Hillary Clinton qualsiasi, sconfitta, anche lei inaspettatamente, da un Donald Trump qualunque. La storia d’amore tra il pischello Matteo Renzi e l’assonnato popolo italiano, una relazione fatta di alti e bassi (più bassi che alti, a dire il vero), di slogan pubblicitari, sorrisi e qualche bugia di troppo, nata tra i migliori auspici, soprattutto quelli di Bruxelles e Berlino, è finita, ma non è stato né un divorzio lampo né una separazione consensuale. Se c’è un (de)merito che può essere affibbiato all’uomo qualunque di Firenze è quello di essere riuscito nell’impresa di aver sostituito la battaglia delle parole a quella delle idee, peraltro riciclate oltreoceano, e l’amor proprio all’amor patriae.
L’esito del referendum ha spazzato via tutto questo, ricordandoci che, sebbene sia legittimo giocare a risiko e monopoli quanto si vuole, forse anche al gioco dell’oca, tuttavia non è detto che obiettivi, vie e caselle possano essere raggiunti e conquistati senza fare i conti con gli altri giocatori. E c’è un giocatore che questa volta, per una volta, per una notte, nonostante il valium istituzionale somministrato con cadenza regolare (vedi 80 euro e bonus vari), si è svegliato dal letargo dell’anima. Il popolo italiano, si sa, è cosi: spesso distratto, spesso facilone e credulone, spesso accondiscendente, ma a volte capace di qualche guizzo che impedisca l’intorpidimento da inattività prolungata. L’esito del referendum ha spazzato via le favole degli ultimi mesi e la retorica dell’ottimismo inconcludente. Frottole ipocrite spacciate per conquiste sociali, nonché riforme che non hanno mai rimesso in moto il motore del Paese, si sono scontrate con una realtà che nemmeno la propaganda organizzata è riuscita a manipolare, tanto era palese che la situazione fosse ben diversa. La dittatura delle illusioni ha perso il suo dittatore che, claudicante, tra baci e abbracci, si accinge a guadagnare il camerino dove l’attendono il regista e il truccatore. Ci auguriamo che il copione venga strappato e che la maschera venga riposta nel cassetto.
A prescindere da tutto, tuttavia, da detratti e detrattori, registi e attori, contorsionisti e giocolieri, equilibristi e acrobati, oggi ha perso un mondo intero, un modus operandi ha fallito (si spera) senza possibilità di appello. Quel circo politico inaugurato a fine 2011 ha subito un’implacabile bocciatura. Contenuti e proposte che non hanno mai convinto il popolo italiano, quelle dirette a renderci precari perché “precario è bello”, sono finite in soffitta. I cambi di casacca non sono serviti a nulla, se non a ricordarci che certe attività è bene lasciarle al palcoscenico e alle storie di pirandelliana memoria. I figuranti della politica italiana si sono ridotti a essere piccole comparse senza arte né parte, se non l’arte del servilismo istituzionalizzato e la parte dei cosiddetti personaggi in cerca d’autore perché senza autore sono (stati) dei buoni a nulla.
Venti punti percentuali di distacco sono tanti e, probabilmente, neppure i teorici del politicamente corretto e i profeti della rottamazione se l’aspettavano.
Ma c’è un fronte – quello sovranista – che va (ri)costruito. Forse ancora non si sa bene neppure cosa sia. Probabilmente non lo sanno nemmeno Giorgia Meloni e Matteo Salvini che del termine si riempiono tanto la bocca e sarebbe ora che lo riempissero anche di una prospettiva concreta. Lo sanno i francesi, lo sanno gli austriaci e pure ungheresi e polacchi, ma ancora gli italiani devono prendere confidenza col termine. E farebbero cosa buona e giusta, per evitare che le guance continuino ad arrossire quando si scopre che l’amore per la propria terra passa dal rifiuto delle logiche dell’appiattimento e dell’omologazione da fabbrica del sorriso ebete. Il vecchio continente è stanco e assonnato, ma mai domo. La catene, e i catenacci, provano in tanti a metterli. Hanno anche costruito la gabbia nota come zona euro, ancora più augusta dell’Unione, ma qualche volta si ribella qualche leone pronto ad azzannare l’addestratore. In Italia siamo troppo indietro, il leone ruggisce ma non spaventa, neppure un po’. Manca qualcosa. Si guardi certamente alla (si spera momentanea) sconfitta in Austria ma anche alle (attuali) impertinenti vittorie in Ungheria, Polonia, e alla Brexit e all’ascesa dell’AfD in Germania.
Tags:

You Might also Like

Leave a Comment

Your email address will not be published. Required fields are marked *