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Politica Nazionale

La comparsa Gentiloni e la nuova religione civile: ce lo chiede la governabilità

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di Luigi Iacopino – Continuità con il precedente esecutivo – in questo caso quello di Matteo Renzi – e cessioni di sovranità all’Europa, magari per fare un piccolo passo verso il sogno degli Stati Uniti d’Europa. Sono questi i due comandamenti più importanti che stanno scandendo la vita della nuova religione di stato che si sta imponendo nel Belpaese, nonostante i tanto declamati appelli alla laicità di francese memoria. Al pari del “ce lo chiede il mercato” o del “ce lo chiede l’Europa”, anche il “ce lo chiede la governabilità” sta diventando dogma di fede, una fede (in)civile pronta a mescolare tutte le carte sul tavolo e a sacrificare tutto in nome dell’apparenza e della necessità di assicurare l’omologazione strategica del nostro Paese a un sistema – quello dell’appiattimento e dell’ininfluenza di intere classi politiche – che, tuttavia, sta retrocedendo ovunque.
Europeismo, mercatismo e delirio ipocrita di governabilità sono le due facce e il contorno della stessa medaglia made in Bruxelles. E cosi, in Italia ti ritrovi un Governo, quello Gentiloni, il quarto consecutivo non eletto da nessuno, che potenzialmente è la (brutta) copia di quello che gli italiani hanno appena mandato a casa. Sia sul profilo dell’indirizzo politico che su quello del profilo economico è cambiato tutto per non far cambiare nulla. Per di più si avverte ancora l’ingombrate ombra dell’ex sindaco di Firenze che, dalla cabina di regia della segreteria del Partito Democratico, continuerebbe a condizionare scelte e strategie. Nella nuova squadra di Governo sono confermati quasi tutti, Alfano compreso che andrà niente meno che agli Esteri, sostituendo il neo presidente. Fanno il loro ingresso anche il fedelissimo renziano, Luca Liotti, nuovo Ministro dello Sport; e Valeria Fedeli, apostola dell’ideologia gender, all’istruzione.
Valutando le premesse, Gentiloni non modificherà nulla, né il modus operandi di chi lo ha preceduto né i contenuti e gli obiettivi che l’esecutivo del rottamatore – che, tuttavia, è riuscito soltanto nella tragicomica impresa di rottamare se stesso (si fa per dire), almeno nominalmente – si era prefissato di raggiungere. La volontà popolare è irrilevante ai fini della definizioni degli equilibri politici. Sempre meglio promuovere e difendere altre volontà – leggasi lobby – perché sulla carta (straccia) offrono più garanzie. Insomma, non è cambiato nulla. E cosi, la politica si riduce a essere quella stronzata generale, quel teatrino di pirandelliana memoria dove alla maggior parte delle vecchie maschere si sono sostituite ben poche nuove maschere, nonostante sia facile constare che lo spessore umano e la capacità di recitazione non interessino a nessuno, perché ciò che conta è la capacità di soddisfare e accondiscendere a chi, dalla cabina di regia sia di casa nostra che estera, mantiene i fili di Mangiafuoco.
Paolo Gentiloni è l’uomo giusto al posto giusto e, forse, anche nel momento giusto. Ministro degli Esteri del Governo Renzi, della sua attività, e talvolta della sua stessa presenza, si sono accorti in pochi, forse solo alcuni degli addetti ai lavori, tanto appariva completamente ininfluente. Dalla fine del Governo Berlusconi in quello che sembra ormai un lontano 2011, per l’Italia è stata tutta un’escalation di sconfitte e mortificazioni a livello comunitario e internazionale. All’interno dell’Unione europea non ha voce in capitolo ed è sistematicamente esclusa dai vertici che contano, non ha neppure sovranità sulle proprie condizioni di sicurezza ed è costretta a sobbarcarsi da sola le conseguenze della scelta scellerata di Francia, Inghilterra e Stati Uniti di fare fuori il “dittatore libico”. Dal ministero degli affari esterni solo qualche schiamazzo di circostanza, qualche passerelle e qualche comparsata, giusto per non allertare i medici del pronto soccorso politico, salvo poi rientrare nei ranghi dei renitenti alla leva. Ma che si saranno arruolati a fare? Dalle istituzioni del Leviatano europeo rispondono picche su tutto, compresa la tanto decantata ridefinizione dei trattati e delle regole del gioco, tanto che spesso risulta più conveniente arruolare le truppe intellettuali – e che truppe! – se si vuole vedere una minima luce in fondo al tunnel.
Insomma, se l’Italia ha cooperato nel vecchio continente non se n’è accorto proprio nessuno e, se lo ha fatto a livello internazionale, è roba da film di Spielberg. Sono lontani, lontanissimi, appartenenti a una galassia sperduta i fasti in cui ci si poteva permettere il lusso di mediare tra Russia e Stati Uniti e magari ottenere anche qualche profitto che non era poi cosi male per le casse dello Stato e l’economia di casa nostra. Nel giro di qualche anno abbiamo perso tutto, Gentiloni e chi lo ha preceduto sono non pervenuti.
In questi anni, compresi gli ultimi due, il rifiuto di prestare un dignitoso servizio politico l’ha fatto da padrone. Ma, a pensarci bene, non c’è nulla di cui stupirsi. Se il comandamento è cedere sovranità, a chi importa prendere decisioni e governare? Al massimo si dovrà ratificare. E chissenefrega se in ballo ci sono questioni importanti per il futuro del nostro Paese, ci penserà Bruxelles, ci penserà un’Europa unita e democratica. Democraticamente parlando, anche se qui di elezioni non ne se vede nemmeno l’ombra.
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