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Aborto, e se fosse la prospettiva a essere sbagliata?

Cultura

Aborto, e se fosse la prospettiva a essere sbagliata?

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Di Luigi Iacopino – Il tema è delicato, non c’è dubbio. Si dovrebbe cercare di affrontarlo con ragionevolezza e senso della realtàLe categorie del pensiero e la consueta manipolazione del linguaggio, quella che ci induce ad accettare fino ad apprezzare ciò che dovremmo guardare quantomeno con senso critico, purtroppo non sono di aiuto. Ma non è una novità. La cultura odierna, fortemente individualista e relativista, ci ha indotto a legare il tema a quelli, altrettanto spinosi, dell’emancipazione della donna e del progresso scientifico che (secondo taluni) non può (e, forse, non deve) incontrare alcuno ostacolo anche rispetto alla questione della manipolazione della vita.
L’approdo di queste posizioni, legate a doppio filo al femminismo radicale e alla visione puramente materialistico-economica della vita, hanno spinto la cultura dominante a sentenziare che l’embrione umano non abbia una dignità intrinseca, non sia cioè meritevole di essere considerato portatore di diritti. L’embrione umano è un cellula che diventa un aggregato di cellule, nulla di più. È un dato, una cosa che potrebbe svilupparsi, ma non in modo tale da avere una dimensione etica, figuriamoci giuridica.
L’argomento è davvero ampio ma in questa sede, forse, è possibile approfondire una prospettiva precisa. La società in cui viviamo – che bene può essere sintetizzata dalla famosa scena della “palude della tristezza” del film “La storia infinita”, un’immensa pozzanghera melmosa e maleodorante dove il rischio di essere risucchiati e scomparire nell’oblio è più concreto che mai – ci suggerisce che quello in cui noi siamo chiamati a vivere è il mercato del lavoro. Qualcuno, a ben vedere, preferirebbe parlare, di mondo della produzione. Ma ne parleremo in un altro momento. La differenza è notevole. Il mercato e il mondo, in quanto tali, sono retti da regole e principi non sempre compatibili. Il mercato, in sé, soprattutto se è libero, è governato dall’efficientismo e dal produttivismo, dal consumismo e dal godimento illimitato di beni e servizi, anche a discapito del fratello che ci sta accanto. Il mondo, in sé, è governato da una molteplicità di fattori, alcuni probabilmente sconosciuti al primo, come la solidarietà (scusate se è poco!) e la redistribuzione.
Nel mercato il rischio – ormai realtà – è quello di essere considerati meri produttori e consumatori. La nostra dignità, pertanto, è strettamente connessa alla nostra capacità di produrre e consumare. Valiamo quello che (e se) produciamo, valiamo quello che (e se) consumiamo. Sarà possibile, cosi, individuare diversi livelli di soggettività, etica e giuridica, in base a questa infausta capacità. La nostra capacità, non soltanto di esercitare diritti e doveri, ma anche di averli, per dirla in parole povere, dipende(rà) da questo.
Quale concezione si potrebbe mai avere dell’embrione umano, e conseguentemente dell’aborto, altrimenti detto dalla neolingua “interruzione della gravidanza”, in un “mondo” del genere ? L’embrione non produce e non consuma. Nella società progressista dei giorni d’oggi – dove, contraddittoriamente, si piange davanti a un bambino affetto dalla sindrome di Down che compie un’impresa, salvo poi arrivare a proporre (Hillary Clinton docet) l’aborto sino all’ultima settimana di gravidanza, come forma di massima libertà – una società che considera le persone come cose, l’aborto è semplicemente materia organica con uno sviluppo, come detto, solo probabile, nella migliore delle ipotesi. Non ha alcuna dignità, né etica né giuridica. E allora non c’è motivo di tutelarlo né di riconoscergli il diritto primario che spetta a tutti, quello alla vita.
Ma se, appunto, fosse la prospettiva a essere sbagliata? Siamo proprio sicuri che l’essere umano possa essere ridotto alla propria capacità di produrre e consumare. Siamo consapevoli che, se cosi fosse, ne deriverebbe un grave pregiudizio, non soltanto per l’embrione ma anche per una numerosa categoria di soggetti, dai malati agli anziani, dai bambini ai disabili?
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