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Famiglia (naturale): una realtà antropologica da tutelare – parte seconda

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di Giorgio Arconte – Nella prima parte di questo articolo abbiamo detto che la famiglia non è un’idea sulla quale è possibile opinare ma è una realtà data e con una sua identità ben definita. Questa identità l’abbiamo sintetizzata con la formula: famiglia è vita.
Famiglia, quindi, è solo nell’incontro stabile fra un uomo e una donna perché solo questo incontro può generare la vita. Tutti gli altri tipi di rapporto, pur meritevoli di rispetto, sono altro. Ma perché uno Stato ha interesse a riconoscere pubblicamente la famiglia ed a tutelarla in maniera privilegiata attraverso l’istituto del matrimonio? Abbiamo detto e ribadito che la famiglia è l’unica cellula aperta alla vita e questo per lo Stato significa che è l’unica possibilità per avere un nuovo membro nella comunità nazionale. Nella famiglia, dunque, si realizza una conseguenza sociale, ovvero il figlio nato che per lo Stato è una risorsa, è forza lavoro, è un contribuente, è una nuova intelligenza che parteciperà allo sviluppo della nazione: un figlio è un bene comune che interessa a tutti! Il sentimento, invece, è un interesse privato e personale assolutamente irrilevante per lo Stato che ha la cura della comunità. D’altronde, qualora lo Stato si insinuasse nei legami personali di ciascuno, dovrebbe riconoscere e regolare anche il fidanzamento e l’amicizia con un’invasività in realtà molto fastidiosa. Ad uno Stato, da millenni, interessa solo che arrivino nuovi membri per contribuire al mantenimento ed al progresso della comunità nazionale.
A questo punto occorre un’ultima organica riflessione, perché l’amore è estraneo alla logica di uno Stato e quindi del diritto come accennato nella prima parte di questo articolo? Ci sono quattro principali di motivi:
1.     Se la famiglia, fondata sul matrimonio, si dovesse basare solo sul sentimento allora perché i coniugi devono essere di sesso opposto e complementare? E perché devono essere solo due? Perché non con un minorenne?
2.     Se il diritto si fonda sul sentimento, come può un giudice valutarlo? I sentimenti non sono un dato oggettivo ma molto personale, quindi come può un’autorità pubblica riconoscerli? Infatti, ai coniugi non viene chiesto di amarsi ma, secondo il codice civile, di avere mutua assistenza attraverso una serie di doveri che garantiscano la stabilità del rapporto. Persino ai genitori lo Stato non impone il dovere di amarli ma di crescerli ed educarli.
3.     Il sentimento è una manifestazione molto personale, se uno Stato dovesse fondarsi su questo allora dovrebbe intervenire e regolare una delle intimità più profonde della persona umana. Ma questa sarebbe un’invasione intollerabile dello Stato tipica di un assolutismo. Uno Stato liberale e democratico come il nostro non può occupare le sfere intime delle persone, ve li immaginate due persone amiche perché legate da una legge? Lo Stato deve regolare solo i rapporti che hanno interesse sociale.
4.     Sentimento e diritto viaggiano su due piani completamente antitetici: il primo è spontaneo e gratuito, il secondo è coercitivo ed esigibile.
Da questa piccola analisi emerge come ogni argomentazione a favore del riconoscimento pubblico delle coppie dello stesso sesso – che siano matrimoni gay o unioni civili, non ha alcuna sussistenza – Le coppie dello stesso sesso hanno sicuramente una loro dignità ma non hanno alcuna conseguenza sociale, non hanno alcuna rilevanza pubblica da tutelare e per tale motivo non possono in alcun modo essere considerate famiglia né avere un riconoscimento giuridico. Non siamo noi a non concepire che duo uomini o due donne non possano concepire un figlio.
La posta in gioco è la tenuta socio-economica della società ma ancor prima, tutelare il matrimonio fra uomo e donna significa custodire le basi antropologiche della stessa società ed evitare quella perdita sul senso di ciò che è l’Uomo. Uno smarrimento sempre più evidente nelle società liquide occidentali.
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