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Lo Stato imprenditore: ritornare al giusto equilibrio tra pubblico e privato

Politica Nazionale

Lo Stato imprenditore: ritornare al giusto equilibrio tra pubblico e privato

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di Francesco Marrara – Analizzare i fenomeni economici e capirne gli effetti sulla nostra realtà temporale risulta essere difficile, soprattutto per i non addetti ai lavori. Generalmente questi ultimi appartengono a quella fetta di popolazione che, a causa della vita frenetica alla quale sono quotidianamente sottoposti, non hanno il tempo di informarsi e approfondire se non attraverso i media tradizionali. Nell’era delle fake news, far passare un certo tipo di messaggio diventa, così, sempre più complicato: etichette e stereotipi, rappresentano l’appeal attraverso cui è possibile classificare qualsiasi cosa dello scibile umano.
Consapevoli portavoce per la creazione di un nuovo linguaggio alternativo al mainstream, proveremo in queste poche battute a delineare con consapevolezza – possibilmente senza essere tacciati di populismo e demagogia – le assurde quanto mai inutile dicotomia di pubblico e privato.
Da dieci anni a questa parte, le TV , le radio, i giornali nazionali mirano in una direzione univoca: il settore pubblico, lo Stato è sprecone, inefficiente, corrotto, costoso; il settore privato, viceversa, è efficiente e produttivo. Se per alcuni versi questa dicitura è riscontrabile nella realtà della società italiana, è altrettanto vero che – nel lessico quotidiano – siamo permeati dalle imperanti logiche neoliberiste. Non esistono più persone (nel senso generico del termine), bensì “utenti”, “consumatori”, “soggetti”, “individui”, “correntisti”. Lo Stato, la famiglia, la scuola, le università, gli uffici pubblici ed in generale tutte le formazioni sociali, sono considerate come aziende: la loro forma mentis e costituzione è divenuta tipicamente aziendale. Dunque, dove possiamo riscontrare la reale e concreta presenza dello Stato? Probabilmente, esso la fa sentire la nel momento in cui – minacciato dagli usurai dell’alta finanza – tartassa i propri cittadini con un ingente imposizione fiscale.
Uno dei principali motivi della forte pressione fiscale è l’insormontabile debito pubblico. Secondo molti analisti, la paternità del debito pubblico è da attribuire ai governi guidati da Bettino Craxi negli Ottanta. Di recente, grazie ad un articolo ben documentato da Luca Caselli sul quotidiano online Opinione pubblica, questa vulgata è stata smentita con dati alla mano: evidentemente il governo a guida Craxiana, dava fastidio a determinati centri di potere, visto che l’Italia (in bene e in male) in quegli anni crebbe a dismisura divenendo una tra le maggiori potenze economiche e industriali. Chi furono allora i veri responsabili della nascita dell’attuale debito pubblico italiano? Udite udite, dopo lo sbarco in Sicilia avvenuto nella notte tra il 9 e il 10 luglio 1943, gli Alleati misero in circolazione la moneta di occupazione, del Sud Italia, chiamata Am-lira. La storia di questa moneta terminò nel giugno 1950 quando, mediante D.M.18/02/1950, venne ritirata dalla circolazione e addebitata alla neonata Repubblica in cambio di titoli di stato (Legge 28 dicembre 1952, n.3598).
Cosa accomuna l’Euro alla vecchia moneta d’occupazione? Essendo un lasso temporale troppo lungo da poter illustrare – meriterebbe un’analisi di approfondimento ben più cospicua che rischierebbe, però, di portarci fuori tema – sarebbe opportuno in questa sede soffermarsi sull’aspetto che tocca da vicino il tema di questo articolo: lo svilimento del settore pubblico, a vantaggio esclusivo del settore privato. Euro e Am-Lira, sono entrambe monete di occupazione che – nel contesto di un’economia reale – sarebbero da considerare a tutti gli effetti carta straccia. Tale affermazione, lungi dal voler essere etichettata quale frutto di qualche sedicente teoria del complotto, è riscontrabile nella nuda e cruda realtà. I Paesi dell’Eurozona, nell’ambito delle transazioni internazionali (ad esempio l’acquisto del petrolio) utilizzano il dollaro non l’euro. Dove sta l’inganno? Sia l’una, sia l’altra moneta, sono state imposte dall’alto senza tenere conto delle necessità e dei fabbisogni del popolo. Oggi, come ieri con le Am-Lire, i cittadini sono debitori della moneta chiamata Euro ed in quanto tale lo Stato italiano, dovendola chiedere in prestito alla B.C.E. – in cambio dei titoli di stato – , si indebita cospicuamente facendo lievitare il disavanzo pubblico.
Per ovviare a questo spiacevole inconveniente, dal 1992, iniziò a divampare il fenomeno delle privatizzazioni: con la svendita delle grandi aziende di Stato (ENI e IRI) – considerate da saccenti economisti e non come “carrozzoni” – il ruolo dell’Italia nel palcoscenico internazionale fu progressivamente ridotto. Nacque così lo “Stato predatore”, il quale ancora oggi sta attuando le ultime manovre di svendita del patrimonio pubblico italiano.  Da tale analisi  possiamo intuire che la contrapposizione pubblico-privato è agli sgoccioli: la vittoria è ampiamente nelle mani di una sola parte. Tuttavia, essendo privo  di quasi tutte le sovranità (resta solo quella fiscale), lo Stato è a tutti gli effetti un fantasma giuridico in balia dei grandi colossi internazionali (vedi ad esempio Alitalia e il caso eclatante dell’aeroporto di Reggio Calabria). Come ribaltare il risultato, per ritornare ad un giusto equilibrio tra pubblico e privato? Assodato il punto secondo il quale i cittadini devono essere proprietari della moneta (sovranità monetaria), uno Stato sovrano dovrebbe nazionalizzare tutti i settori strategici della Nazione e porre in essere un nuovo piano energetico, agricolo e industriale nel rispetto delle vocazioni culturali e ambientali dei territori. Inoltre, senza svilire il concetto di proprietà privata, l’azienda dovrebbe essere rivalutata secondo la visione sociale di olivettiana memoria: «socializzare senza statizzare».  Questa è una prerogativa indispensabile affinché possa rinascere il mondo della piccola e media impresa, motore dell’economia italiana. Nell’era della globalizzazione, lo Stato imprenditore, ritorna con forza ed impeto per attuare la Terza via economica.
Fonti
http://accademiadellaliberta.blogspot.it/2016/03/lo-stato-imprenditore-storia-della.html?m=1
http://www.giacintoauriti.eu/notizie/133-occupazione-silenziosa-con-le-am-lire-altro-che-sovranita.html
http://www.opinione-pubblica.com/smontiamo-la-vulgata-su-craxi-e-il-debito-pubblico-italiano/
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