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Immigrazione, l’analisi impertinente di Diego Fusaro

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di Giorgio Arconte – Diego Fusaro è un giovane filosofo di estrazione marxista ed hegeliana che presenta, però, forti tratti di originalità nel suo pensiero e soprattutto manifesta una pregevole autonomia e libertà rispetto al mainstream di regime.
Forse per questo proprio a sinistra piace poco, eppure Fusaro è un intellettuale che nasce a sinistra ma che nel tempo è stato capace di crescere ed affermarsi superando queste categorie politiche – appunto di destra e di sinistra – ormai vecchie ed incapaci di descrivere un mondo profondamente cambiato, e ferito, dalla globalizzazione e dal capitalismo. Diego Fusaro, forte ed orgoglioso della sua formazione, oggi è uno dei pochi grandi interpreti delle dinamiche dell’attuale società proprio perché, libero da categorie superate, riesce a scavare fino alla profondità delle problematiche per poterle rivelare nella loro interezza e complessità e con un atteggiamento assolutamente impertinente.
Una delle sue analisi più eretiche è quella sul fenomeno dell’immigrazione di massa che ultimamente sta investendo anche in maniera drammatica tutta l’Europa. Un dramma per chi si imbarca e deve affrontare un viaggio che può concludersi anche con la morte; un dramma per chi arriva e deve affrontare un contesto sociale tutt’altro che paradisiaco e che spesso si realizza in una vita di stenti e di delinquenza nelle periferie degradate delle città; un dramma per gli europei che non possono materialmente far fronte a questo fenomeno in un momento di particolare crisi economica ma anche culturale ed antropologica. Il pensiero di Fusaro sull’immigrazione di massa può essere definito in due punti.
Il primo è di natura economica e rivela come questo particolare fenomeno migratorio non è naturale, come in passato, ma è indotto perché non in uscita ma in entrata, ovvero è l’Europa delle lobbies tecno-finanziarie che ha bisogno di nuova manodopera a costi più bassi e senza pretese di diritti sociali. In un suo post su fb Fusaro spiega che «L’elogio ipocrita dell’immigrazione da parte dell’èlite neofeudale e dei suoi oratores della sinistra del costume non si spiega unicamente in ragione dell’ ‘esercito di riserva’ (Marx) che i migranti vanno a costituire, abbassando i costi della forza lavoro e accrescendone a debolezza. I migranti sono per il capitale gli schiavi ideali: ricattabili, senza coscienza di classe, disposti a tutto pur di sopravvivere».
Il secondo è di natura culturale, ovvero le migrazioni, e le lodi che le accompagnano, servono a determinare un nuovo profilo antropologico, «quello dell’uomo senza identità e senza radici – per usare le parole di Fusaro – il quale è, al tempo stesso, homo migrans deterritorializzato, apolide e sradicato, sempre pronto, valigia alla mano, a spostarsi seguendo i processi della delocalizzazione e della volatilizzazione dei capitali». L’uomo nuovo che dovrebbe nascere dalle sfide della globalizzazione è l’uomo senza identità «chiamato a congedarsi da ogni idea di territorialità e di patria, ma poi anche di casa fissa e di stabile ‘focolare domestico’: e, dunque, ad aderire al ‘cattivo universalismo’ della mondializzazione come sradicamento obbligato, che riduce gli esseri umani a enti neutri e disponibili su scala planetaria, ad atomi erogatori intermittenti di forza lavoro fisica e neuronale. È sotto questo profilo che emerge il nesso simbiotico che lega la flessibilizzazione delle masse e il nuovo paradigma antropologico dell’homo migrans, con annesse celebrazioni entusiastiche e altamente ideologiche della flessibilità e della migrazione come stili di vita contraddistinti dall’indipendenza e dalla varietà e contrapposti alla precedente eticità stabilizzata borghese e proletaria». Ovviamente l’uomo nuovo non deve avere nemmeno un’identità sessuata definita, per questo, spiega il giovane filosofo dal suo profilo fb, «L’ideologia gender è alleata del Capitale e della sua aspirazione a fare dell’essere umano un ente senza identità e cultura, infinitamente manipolabile dal consumo e dalla circolazione». Non è un caso se in questi ultimi anni la questione del gender è esplosa in maniera vigorosa insieme alla crisi migratoria, ed occorre fare uno sforzo per capire che le due cose, gender ed immigrazione, sono collegate perché tutte e due rappresentano un attacco per ridefinire l’identità umana in senso precario e, quindi, facilmente manipolabile dalle esigenze del Mercato.
Diego Fusaro, a conclusione del suo ragionamento, fa una puntualizzazione importante: «Il nemico non è chi ha fame ma chi affama; chi getta nella disperazione i popoli e non chi è disperato; chi costringe gli esseri umani a fuggire, non chi fugge; chi provoca l’immigrazione, non chi la subisce. È il capolavoro del potere quando si pensa che il nemico sia chi sta più in basso di noi e non chi sta sopra di noi!». E con tutta franchezza possiamo ammettere insieme al nostro filosofo che «il Capitale non mira a integrare i migranti. Aspira, invece, a disintegrare i non-ancora-migranti, affinché anche questi ultimi si adattino allo stile di vita apolide e nomade, senza fissa dimora e senza radicamento tipico dei primi».
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