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Cultura

La “dolce morte” e la “vita non degna di essere vissuta”, forse c’è qualcosa che non torna. Riflettiamo

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Che la questione sia delicata e vada trattata con la massima sensibilità, non lo nega nessuno. Che sia, però, necessario, non cadere nelle tentazioni dell’ideologia, ma approfondire laddove c’è chi intende liquidarla con qualche battuta di comodo, è tutta un’altra storia.
Del resto, ormai è chiaro, nell’epoca della neolingua e del politicamente corretto, la battaglia delle parole ha sostituito quella delle idee e dei valori. Ci si accontenta probabilmente, sia per convenienza che per superficialità, del minimo indispensabile per dispensare la coscienza da quei sani (e pacifici) scrupoli che, tuttavia, sono necessari se non si vuole cadere nelle barbarie travestita da civiltà. Il rischio c’è se, come è prevedibile, dovesse giungersi a proporre l’eutanasia per tutti (bambini compresi), a prescindere da qualsivoglia presupposto, come è avvenuto per il matrimonio (conla pretesa di ulteriori sviluppi) e qualcuno vorrebbe avvenisse anche per l’aborto e le droghe. Aborto, droghe, eutanasia, matrimonio, liberi, senza limiti e regole.
Per quel che ci riguarda, la neolingua, quella che ci spinge ad amare ciò che invece dovremmo guardare quantomeno con atteggiamento critico, ha introdotto l’espressione “dolce morte”. Ma cos’è la dolce morte?Per taluni, ovvero per i profeti del pensiero unico che vorrebbero imporre un unico pensiero, è l’interruzione (o soppressione) anticipata e volontaria della vita giudicata non più degna di essere vissuta, allo scopo di alleviarne le sofferenze. Per altri, la dolce morte potrebbe invece consistere nell’accompagnamento del malato verso la morte naturale, attraverso le cure palliative e l’assistenza rispettosa e profonda, cui la medicina dovrebbe tendere, senza cedere alla seduzione dell’accanimento terapeutico. No all’accanimento, certo, ma neppure si all’abbandono terapeutico o, peggio, all’interruzione dei trattamenti. Spesso il confine è di difficile definizione. Occorre individuare parametri condivisibili, operazione tutt’altro che semplice.
Probabilmente, il punto di partenza di tutta la questione è che è cambiato il modo di concepire la malattia, il dolore e, di conseguenza, la morte, a meno che non ci siano interessi da soddisfare. In quest’ottica, anche il fatto stesso di riferirsi alla malattia o alla morte in terza persona, ovvero “ci si ammala” o “si muore”, dà la misura della volontà di considerare queste, come realtà che non ci appartengono, prive di valore, controllabili ed eliminabili grazie al progresso della tecnica. Ma siamo certi che sia cosi? Non potrebbe essere che il tentativo odierno di rimozione della malattia e della morte, per dirla come il Prof. D’Agostino, sebbene comprensibile sul piano psicologico, rappresenti piuttosto “il prodotto dell’illusione dell’uomo, dominato dall’impulso di onnipotenza, che non vuole conoscere i propri limiti”.
I presupposti per una critica seria e sincera del ricorso alla pratica eutanasica ci sono tutti, dal delirio di onnipotenza dell’uomo all’illusionismo, dalla visione economica dell’esistenza all’eliminazione di ogni dimensione morale della vita.
Quando si affronta il tema dell’eutanasia, tuttavia, la prima tentazione nella quale non si dovrebbe assolutamente cadere è quella di porre la questione sul piano personale, pericoloso e inaccettabile. Questa va detto, senza esitazione. Pericoloso perché scelte cosi drammatiche non vanno giudicate, per quanto in determinate circostanze possano provocare non poche perplessità, ma soltanto valutate in modo riflessivo. Inaccettabile perché la vera sfida, al di là dei singoli casi concreti che possono essere mossi da motivazioni anche tra loro contraddittorie, è culturale ed etica (anche religiosa, per chi crede), ed è in questi ambiti che fa confinata.
Anzitutto, quando una vita non è degna di essere vissuta? Chi lo stabilisce e sulla base di quali presupposti? Questi presupposti, ammesso che ci siano, sono definitivi o mutevoli? E, se sono mutevoli, quando e come cambierebbero? Gli interrogativi, al di là della retorica delle parole sono tanti. Qualcuno, a ben vedere, vede in tutto questo un tentativo, peraltro ormai palese, di tradurre l’etica in chiave economica. La dignità della persona umana, tanto per intenderci, non va valutata in virtù della nostra appartenenza al genere umano, e al di là di ogni altra considerazione mutevole come è mutevole l’animo umano, ma pare che debba essere declinata in virtù di alcuni parametri. Ancora parametri. Senza girare intorno a un problema che vede sovente tentativi di camuffamento di una verità scomoda, è innegabile che la mancanza di autosufficienza e di capacità di provvedere a se stessi, fanno a pugni con una civiltà che sta correndo verso la difesa a oltranza del consumismo sfrenato, del produttivismo tecnologico e dell’apparenza che sta affossando la sostanza. Per non tacere poi della necessità di far quadrare i conti di uno Stato rispetto all’eventuale spesa sanitaria che deriverebbe dalla cura. Più facile percorrere strade diverse.
Ma siamo proprio sicuri che, per valutare la dignità di una vita, la dimensione etica e quella antropologica, vadano annacquate fino a scomparire per lasciare spazio alla sola dimensione economica e del culto di sé che scivola vertiginosamente sul terreno sismico della mercificazione del corpo (e della coscienza)? C’è qualcosa che non va, ecco perché la sfida non può (e non deve) essere sulla persona a cui, diversamente, vanno manifestati rispetto e compassione, partecipazione e vicinanza. Perché, se c’è chi cerca di convincerti che nelle condizioni in cui ti trovi, non rientri (più) nei canoni della civiltà modern(ist)a, ci deve pur essere chi può indurre a una riflessione che non si limiti alle parole ma colga il senso profondo delle cose.
La società odierna, la stessa che, in nome di un concetto astratto e vacuo di amore, trasforma desideri in diritti e degrada i diritti a pretese, la stessa che fa ampio uso di termini come solidarietà e rispetto, accoglienza e inclusione, uguaglianza e parità, tanto da rasentare l’omologazione industriale manco fossimo peluche o robot venuti fuori da qualche fabbrica, è la stessa che, quando le conviene, introduce fattori di differenziazione tradotti in termini assoluti. Una vita degna o meno di essere vissuta introduce una o più differenziazioni che, se dovessimo ragionare con certe categorie del femminismo radicale, potrebbero addirittura sfiorare il piano ontologico. Il che sarebbe surreale, ma non è lontano da certa prospettiva culturale che vorrebbe trasformare le persone in cose. Davvero la nostra soggettività varia in base alla conformità a certi criteri? Il rischio è che la mutevolezza dei criteri, piegata alle logiche di chi ha il potere (economico e mediatico) più grande nella società, ci faccia regredire alla legge (o ai criteri, appunto) del più forte. È la cultura dello scarto, sotto mentite spoglie, protetta dalla neolingua, alla quale tutti siamo esposti, nessuno escluso.
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