LOADING

Type to search

Politica Nazionale

Passare dal PIL al FIL per misurare il benessere della società

Share

di Pasquale Morisani – Il concetto di Prodotto Interno Lordo (PIL), quale misuratore della ricchezza di una Nazione, rappresenta un metodo di valutazione legato al principio della quantità e valore dei beni e dei servizi prodotti; è naturalmente un sistema di calcolo economico che trova la sua genesi nella società industrializzata secondo cui la capacità produttiva riusciva a determinare benessere e ricchezza diffusa.

Ma questo concetto, utilizzato nelle economie degli Stati come indicatore macroeconomico, può ancora essere considerato attuale e, soprattutto, è realmente adeguato rispetto alle dinamiche ed alle condizioni socio culturali imposte dalla globalizzazione?

Un interrogativo questo che impone una sovrapposizione comparativa tra l’economia reale ed il grado di benessere sociale delle Comunità, entità nazionali sempre più divaricate e contrapposte come produttive da una parte e destinatarie di consumi dall’altra.

Il ragionamento può svilupparsi su due ordini di considerazioni.

Il primo riguarda la contrazione costante del PIL nelle società industriali europee; un comune denominatore critico che misura, ormai da un decennio, la temperatura di un’economia che ha raggiunto i suoi limiti in termini quantitativi, pagando lo scotto di scelte prevalentemente funzionali alle logiche finanziarie rispetto al valore del lavoro e della qualità produttiva. Il tutto attraversato dallo spostamento costante di capitali, dirottati come investimenti industriali in quei Paesi a prebenda fiscale e che dispongono di mano d’opera a costo zero; la genesi dei “paesi emergenti” dunque, aree geografiche dove lo sfruttamento umano è all’ordine del giorno e la spasmodica catena produttiva determina danni ambientali irreversibili su scala mondiale. Qui, paradossalmente, il PIL cresce in misura esponenziale nonostante una povertà diffusa ed una ricchezza sia sempre più legata a multinazionali e colossi finanziari.

La seconda considerazione, naturale appendice di quanto sopra, riguarda la dicotomia tra consumismo e benessere sociale; il primo strettamente connesso alla capacità di accaparramento su beni, il secondo correlato alla capacità di una sistema nazionale di sostenere i propri cittadini con un grado elevato e diffuso di servizi misurabili sia in termini di evoluzione sociale e culturale, che di assistenza sanitaria e previdenziale in una cornice di redditività diffusa e bilanciata tra la maggioranza della popolazione.

A guardare i nostri sistemi “avanzati” basati sulla corsa ai consumi ma attanagliati da una crisi economica e valoriale, con aumento della soglia di povertà, riduzione del sistema previdenziale ed assistenziale oltre che occupazionale, non vi è dubbio che la chimera edonistica della globalizzazione stia affossando i PIL occidentali, aumentando la speculazione e lo sfruttamento del mercato unico.

Dunque, dove il PIL cresce, emerge un diffuso danno per l’Uomo sia in termini socio-economici che ambientali a vantaggio delle speculazioni produttive e dei mercati finanziari; dove il PIL diminuisce i burocrati detentori dei poteri statali condannano le Comunità nazionali al giogo della rincorsa sul debito pubblico e sulla pressione fiscale.

Forse, per attualizzare le politiche economiche con quelle sociali, sarebbe meglio iniziare cambiare terminologia: passare dal PIL al FIL, coniato dal re del Butan Wangchuk negli anni 70’ che parlò di la Felicità Interna Lorda. Un nuovo misuratore dunque, da adottare anche in Italia, molto più concreto rispetto al vetusto PIL nato in un’era che ha consumato gran parte dei suoi effetti benefici. Riformulare le categorie, pensando ad una coraggiosa politica di contrazione fiscale e di abbattimento del costo lavoro, rilanciando il made in Italy come elemento di qualità e forza produttiva, incentivando gli investitori internazionali per guardare con fiducia ad una Nazione coraggiosa e capace di rinunciare ai privilegi di caste istituzionali e non, ottimizzando la spesa pubblica su un welfare a misura di persona e non più appannaggio lobbistico di burocrati e reti politicizzate.

Una rinnovata Sovranità economica e sociale, accompagnata da una buona dose di cultura nazionale, tanto quanto basterebbe per infondere nelle nuove generazioni quell’amor di Patria e soprattutto di amor proprio che rappresenta, da sempre, la prima spinta ideale ed emotiva che sostiene gli Uomini non solo come persone ma anche individui facenti parte di una Comunità solidale ed identitaria.

Tags:

Leave a Comment

Your email address will not be published. Required fields are marked *