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Lavoro e reddito di cittadinanza: distorsioni e delucidazioni

Politica Nazionale

Lavoro e reddito di cittadinanza: distorsioni e delucidazioni

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di Francesco Marrara – Lo scorso mese gennaio sul sito di Stanza 101 risposi ad un articolo pubblicato sul blog de “Il Saccente”. In quell’occasione cercai di fare chiarezza riguardo il concetto di reddito di cittadinanza. Lo scorso 16 marzo 2017 sul quotidiano online “Il Conservatore” è apparso un articolo dal titolo davvero molto suggestivo: “Il reddito di cittadinanza è utopia serve un lavoro di cittadinanza” (clicca qui). Spinto dalla forte curiosità verso la suddetta tematica cercherò di replicare, con logicità e pragmaticità, anche in questa occasione.
In prima battuta risultano abbastanza condivisibili due visioni. La prima, secondo la quale, disoccupazione giovanile e diffusione della nuova povertà rappresentino due questioni sociali gravose e molto spesso chiaramente sovrapponibili. La seconda, quella secondo cui il Movimento Cinque Stelle abbia proposto il reddito di cittadinanza come terapia per risolvere – le appena citate – problematiche sociali. A questo assunto aggiungerei anche le piene responsabilità dello stesso Movimento in merito alle distorsioni etimologiche del termine “reddito di cittadinanza”, il quale, molto spesso viene utilizzato – in maniera erronea e mistificante – come sinonimo di “reddito minimo” o “reddito di sussistenza”. Mi preme sottolineare – con matita blu – questa inesattezza poiché, all’interno del gruppo pentastellato, esistono personalità di spicco – tra cui lo stesso leader o presunto tale, Beppe Grillo – che conoscono genesi e struttura del reddito di cittadinanza.
La mia critica, invece, muove dalla concezione secondo cui il reddito di cittadinanza sia un “costo insostenibile”. Se il reddito di cittadinanza lo immaginassimo all’interno dell’attuale sistema economico e monetario, sarebbe pienamente corretto accostarlo ed intenderlo come un “costo” che pesa come un macigno sulle spalle della collettività . Il tutto ha una chiara e semplice spiegazione: siamo in un sistema in cui la moneta nasce di proprietà della Banca Centrale Europea e per tali ragioni prestata agli Stati aderenti all’eurozona. Questi ultimi devono restituirla con l’emissione di titoli di Stato sui quali gravano gli interessi. Dunque, il reddito di cittadinanza – adoperato nell’ambito della cosiddetta moneta-debito – rappresenterebbe solo un debito che si somma ad altro debito: in poche parole, l’ennesima truffa perpetrata ai danni del popolo. Viceversa, se il reddito di cittadinanza venisse impiegato secondo la funzione dalla proprietà popolare della moneta, ogni tipo di stortura si scioglierebbe come neve al sole. Fu Giacinto Auriti, attraverso anni di studi sul sistema monetario e bancario, a constatare che la moneta nasce di proprietà dei cittadini ed in quanto tale deve essere accreditata ad ognuno di noi sotto forma di reddito di cittadinanza. Solamente con il ritorno alla sovranità monetaria sarà possibile concepirlo non più come un costo o un’utopia, bensì come valido strumento di realizzazione della piena giustizia sociale.
Sono questi i punti di partenza sui quali l’attuale classe politica dovrebbe confrontarsi per affrontare un’altra piaga che è quella relativa al mondo del lavoro. L’autore parla di “lavoro di cittadinanza” come forme di rilancio economico e sociale per giovani e meno giovani: un approfondimento sul tema sarebbe ben accetto. Apprezzabili, inoltre, sono le proposte che egli mette in evidenza per quanto riguarda le aree colpite dal terremoto ed il Mezzogiorno: «Quanto alle aree colpite dal terremoto, si dovrebbe puntare sulla ricostruzione, sulla rinascita imprenditoriale e sul riassetto territoriale. Quanto al Mezzogiorno, si tratterebbe di coinvolgere le migliori competenze e tante energie lavorative giovanili in un grande piano di riassetto idrogeologico del territorio e rilanciare un grande progetto dei giovani al lavoro tramite progetti di formazione – lavoro e tramite l’apprendistato».
In ultima analisi, rifacendosi all’opera di Ernesto Rossi – “Abolire la miseria” – Tivelli propone un “esercito del lavoro” per «risollevare le malandate sorti economiche e sociali del Paese». In nome dei dogmi del mercato e della finanza, abbiamo assistito alla mercificazione del lavoro e la naturale conseguenza della svalutazione salariale: è ritornato in auge il marxiano esercito industriale di riserva. Il cosiddetto “esercito del lavoro” rinascerà solamente se sarà in grado di liberarsi dall’attuale sistema di schiavitù monetaria, ripristinando come fondamento della società, la potenza del lavoro produttivo.
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