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Politica Estera

Inghilterra sovrana e vittima del terrorismo

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di Pasquale Morisani – Mentre in Medioriente l’Isis ha lasciato i toni della spavalderia guerraiola incalzata dai nazionalisti siriani che, al di là di equivoci atteggiamenti di buona parte delle potenze occidentali, hanno segnato la linea di confine arrestando l’avanzata della sovversione islamista, in Europa l’azione terroristica colpisce con maggiore forza proprio quei paesi che nei decenni avrebbero accolto ed integrato generazioni di musulmani.
Da più parti, la cui buona fede andrebbe provata, si sostiene che il terrorismo si può combattere con ottimi propositi sull’integrazione, questa chimera indefinita e conclamata da intellettualoidi e giornalisti nei talk show adusi nel diffondere il messaggio del “volemosi tutti bene” che giova soltanto ai professionisti del business solidale. In piena sintonia mediatica, i tecnocrati politicanti utilizzano sceneggiate e pantomime, con distinto gusto cromatico utilizzato dai gessetti agli arcobaleni, per sedare quella preoccupazione diffusa tra i cittadini che potrebbe alimentare una seria opinione sulla genesi di tale conflitto (perché di questo si parla) chiedendosi quali interessi, economici e politici ruotano intorno alle campagne mediatiche concertate contro i Movimenti che chiedono la rideterminazione delle politiche sull’accoglienza indiscriminata e sulla presunta integrazione.
Intanto, mentre giovani estremisti islamici, di terza generazione in suolo europeo, seminano morte e terrore tra inermi cittadini, migliaia di clandestini provenienti da zone del continente africano sbarcano sulle coste italiane o vengono prelevati dai magnati della solidarietà che, ostentando in diverse occasioni giornalistiche proclami di legalità e dispense di solidarietà, si rifiutano di fornire alla pubblica conoscenza le fonti, le risorse economiche, i sussidi strutturali che gli consentono di tenere in piedi un servizio con navi ed attrezzature sofisticate.
Ad un osservatore mediamente conoscitore di tecniche militari e di guerriglia, alla luce di quanto avvenuto in questi ultimi anni, apparrebbe un disegno diverso da quello teorizzato dai radical chic della fratellanza e dell’accoglienza tout court. Si delinea un quadro dove, in un conflitto senza confini, milizie islamiste colpiscono dietro le linee, soggetti ben inseriti nei sistemi territoriali che hanno la possibilità di individuare bersagli ed obiettivi con effetti devastanti, colpendo luoghi di aggregazione dove i giovani divengono bersaglio preferito, aggredendo così le generazioni che dovrebbero essere protagoniste di una reazione  diffusa, una difesa non militare ma culturale ed umana che vuole abdicare sui valori della propria identità. Sempre nello stesso disegno, i barconi nel Mediterraneo stivano giovani che vanno ad infoltire le schiere di migrantes ben tonificati ed attrezzati con le migliori tecnologie smatphone. L’avamposto di un’occupazione che già in diverse occasioni ha generato tensioni e disordini sui territori.
Armati e terroristi integrati e cresciuti in Europa, arrivi in massa nei centri di accoglienza. È troppo pensare ad una situazione ingestibile e pericolosa, che mette a repentaglio non le ricchezze ma quella sicurezza che è condicio sine qua non di ogni Libertà oltre che dovere fondante e principio cardine di uno Stato che sia tale?
E lo ius soli? A chi giova tanta ideologia demagogica? E se fosse al servizio di quella politica mondialista globalizzante che corre verso la dissoluzione? Prima di parlare di “ius soli” forse sarebbe opportuno discutere e tracciare la linea di quale “IUS” e di quali “SOLI” si discuta in un tempo in cui la diversità soppianta la famiglia, la demagogia sostituisce la cultura, l’arricchimento speculativo segna il passo al valore del lavoro. Non è una questione da porre rispetto alla valenza di quei diritti civili che tutti riconosciamo, è una ragione di condizioni necessarie da cui partire: valori e cultura identitaria da cui nasce quella libertà che genera responsabilità e riscatto sociale, rifuggendo da sclerotizzanti manifestazioni qualunquiste ed edoniste.
Lo Stato prima di essere apparato legislativo ed amministrativo (oltre che di potere) torni ad essere il fulcro di indirizzo organico ed identitario per la Nazione; da qui la possibilità di un percorso d’integrazione per coloro che, pur provenendo da culture e territori lontani, scelgono una vita in quell’Europa che non può e non deve ridursi soltanto al luogo di interscambio e gestione di risorse finanziarie. L’Europa deve recuperare una traccia politica e di sovranità comune, un modello moderno che coniugando governo federato e Idea imperiale può riunire in un cammino condiviso Popoli e Nazioni diverse.
Per giungere a questa sintesi valoriale ed identitaria forse abbisogna fare un passo a ritroso, tornare a guardare ai propri territori, segnando confini e, contestualmente, tracciando elementi comuni di cultura e sovranità nazionale; governance consapevoli della Comunità locale ma che costruiscono le basi per un’Europa di Popoli.
In Inghilterra motivati dalle questioni della sovranità e dell’ opportunità economica ci si è mossi anche in questa direzione, magari la strada giusta e percorribile per arginare la globalizzazione massificante. Sarà casuale ma dal tempo di queste scelte proprio l’Inghilterra è divenuta la Nazione colpita e terrorizzata dall’odio islamista che, in barba ai diritti civili ed alla buona fede di tanti cattolici, ha ben chiaro come su questo conflitto di sopraffazione, non solo fisica ma di civiltà e religione, si decida il futuro del mondo come lo abbiamo conosciuto ed il destino delle prossime generazioni.
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