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Matrimonio poliamoroso, società liquida e “Teoria del Minestrone”

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di Luigi Iacopino – Se il caso colombiano avesse coinvolto un uomo con due o più donne, probabilmente avrebbe avuto anche il consenso delle comunità musulmane di mezzo mondo che, come avvenuto in Italia, traendo spunto dall’approvazione delle unioni civili, pur non condividendole, non hanno perso inutile tempo e hanno introdotto nel dibattito pubblico la questione della legittimazione della poligamia.
È una questione di rispetto, di diritti, verrebbe da dire ironicamente, di apertura e condivisione. Per il momento quindi il “matrimonio poliamoroso” latino americano – che ha visto l’unione di tre uomini, con avvicendamento in corso d’opera a causa della prematura scomparsa di un potenziale componente precedente – ha incontrato esclusivamente il favore della società free, aperta e, perché no, cosi fluida da diventare liquida.
Fatto sta che il combinato disposto umano-giuridico, frutto dell’integrazione di emozioni e desideri, declinati troppo spesso come diritti (la precisazione è d’obbligo), mediaticamente più o ragionevolmente meno efficace, rappresenta il nuovo baluardo di una società che, in nome dello slogan “Love is Love”, paradigma del sentimentalismo illimitato, svuotato però di qualsiasi contenuto sensato, ha inteso piegare ai sentimenti (e al mero piacere) persino il diritto. Se i sentimenti sono cosa buona e giusta, non lo è l’ideologia dei sentimenti, che, come qualsivoglia ideologia, del tutto sconnessa dalla realtà e dal dato di natura (questo addirittura obsoleto), amalgamata alla superficialità dei giorni nostri, produce effetti spesso allucinogeni, capaci di ingannare anche i più solerti difensori dei diritti umani. E cosi, se da un parte esiste un diritto a unirsi in un “matrimonio poliamoroso” e magari anche “fluido”, con possibilità di cambi di squadra e di casacca, identità e individualità, riserve e uomini in tribuna, d’altra parte non esiste un diritto a curare bambini (leggasi Charlie), anziani, disabili.
Ma, tornando al Thema, è opportuno spendere qualche riflessione di più ampia portata. Un matrimonio del genere – il matrimonio poliamoroso – del tutto privo della sua autentica rilevanza, debole e destrutturato, diventa come una specie di mero network, magari basato sulla soddisfazione del mero piacere, dove ad essere connessi tra loro non sono calcolatori governati da algoritmi ma uomini e donne governati dai desideri e dal mercato che è alla ricerca delle strategie migliori per arrivare all’abbattimento di ogni limite e all’accettazione culturale di qualsiasi fenomeno, alla piena e totale legittimazione dell’utero in affitto (leggasi compravendita di bambini) e al diritto a morire ingurgitando pilloline come fossero caramelle al miele. I parametri economici ne integreranno la valutazione morale.
In questa prospettiva, un matrimonio che non si fonda sul sentimentalismo, ma sul patto sociale Stato-famiglia con tutto ciò che ne deriva in termini di progresso sociale, assunzioni di responsabilità, procreazione, tanto per essere chiari, non ha senso, è antico. Come roba antica è un diritto fondato sull’equità e sulla ragionevolezza di romana memoria. Nella società governata dal godere illimitatamente e da una sottile dittatura delle illusioni che si abbevera alle acque del piacere edonistico e del relativismo per cui “tutto va bene, tutto fa brodo”, è bene imparare la “teoria del minestrone” perché, come insegna il classico effetto rete, una volta che diverrà cultura (e siamo sulla strada giusta), il rischio che si estenda non deve essere sottovalutato.
Una sorta di macedonia culturalmente, antropologicamente e giuridicamente insapore e incolore, che partorisce tante piccole macedonie adatte a tutti i gusti e a tutti i palati, quelli sopraffini e quelli più rozzi.
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