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Cultura

l libro. La storia di Levi, il senso della sofferenza e la speranza

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di Giorgio Arconte – Bello! Levi, il secondo romanzo di Giorgio Ponte è bello! E potrei fermarmi qui perché nella parola bello è racchiuso tutto. Anzi, il racconto è bellissimo! Ma non posso fermarmi qui. Si, il romanzo è scritto bene, si lascia divorare, la lettura è scorrevole, ipnotizza, la storia è avvincente ma non sono questi gli elementi a rendere questo libro bello.
Almeno non sono solo questi. La bellezza non è semplicemente forma, sarebbe apparenza. La bellezza è ciò che conduce al buono fino a farti arrivare al Vero, e Levi ti permette di compiere questo percorso tortuoso e tormentato. Solo una nota un po’ stonata: l’eccessiva critica all’Impero romano che non fu assolutamente solo sopraffazione e al quale dobbiamo molto della nostra identità.
Non so quanto ci sia di personale nell’ultima fatica di Giorgio Ponte, sicuramente c’è tanto della sua Palermo, e del nostro strapaesano Meridione, nella descrizione del lutto e del funerale. Nonostante il momento descriva grande tristezza, viene il sorriso a leggere certe scene, almeno per me che in quelle righe rivedo perfettamente le stesse scene che animano i funerali reggini e che, nonostante siano davvero fastidiose per chi ha subito il lutto, sono grato che continuino a ripetersi. Quell’ipocrisia e quella freddezza che sembrano così inopportune e così invadenti rappresentano una viva resistenza al nichilismo post-moderno che tutti riduce a monade isolata, consumatori. Dio benedica i funerali dove una comunità è ancora capace di ritrovarsi e riconoscersi. Ma il sorriso compiaciuto ad un certo punto si deve interrompere, esattamente al canto funebre del re David, scena centrale per capire il senso di tutto il romanzo e di ciò che di lì a poco avverrà con grande meraviglia. Non appena le donne e tutto il corteo intonano la lode funebre la scena cambia, diventa plastica e si carica di un’energia potentissima capace di scuotere l’animo del lettore e riempirlo di inquietudine.
Aristotele avrebbe certamente paragonato la scena al coro di una delle tragedie di Eschilo, Nietzsche avrebbe rivissuto un’opera del suo amato Wagner: il funerale descritto da Giorgio Ponte è un rinnovato incontro fra l’apollineo ed il dionisiaco, è l’estensione catartica delle passioni umane più tormentate ed inquiete. L’angoscia e la pietà di quel canto unito al vacillare di Esther e alla pressione confusa delle anziane, come una danza, fanno vibrare la pelle del lettore che improvvisamente si ritrova dentro la scena, lì presente a vivere personalmente tutta la pena del momento, a fare propria quella estrema sofferenza fino a raggiungere la Verità. Sarà difficile per Giorgio Ponte riuscire a scrivere qualcosa di più bello .
L’autore dice che il suo libro parla della speranza ma per comprende Levi e il suo finale la chiave di lettura è necessariamente la sofferenza, o meglio la comprensione della sofferenza, grande assente nella nostra società. Le ideologie del secolo scorso avevano come scopo principale quello di sconfiggere la sofferenza, in realtà tutti questi tentativi si sono rivelate risposte sbagliate tanto da creare addirittura pene maggiori per l’umanità. Ma il crollo delle ideologie pare aver creato nell’uomo post-moderno un vuoto dove comincia a farsi largo una cultura nichilista che, preso atto del fallimento dello scorso secolo, adesso intende addirittura eliminare la sofferenza diffondendo l’illusione di un edonismo sconfinato. La felicità adesso sembra essere alla portata di tutti, basta consumarla. La vita finalmente ha una sua dignità e un suo significato grazie al Mercato che in qualche modo ci riconosce.
Poco importa se siamo riconosciuti come semplici e isolati ingranaggi di un freddo e meccanico processo economico, l’importante è eliminare la sofferenza attraverso un piacere senza limiti, senza il Padre che inevitabilmente ricorda come la realtà, invece, di limiti ne impone tanti. È così, è in questa presunta libertà che si compie il parricidio – sia celeste che terreno – per mano di una società ed un umanità che vuole, che compra, e che consuma per poter essere eternamente felice. E se non posso comprare? La morte! Il nulla! La vita fuori dal piacere non ha dignità ed è pericolosa perché può ricordare a quello accanto che la sofferenza ancora esiste, non è stata vinta, non può essere vinta. Almeno dagli uomini.
La vita è fatta di tante miserie. Lo avevano ben compreso i greci con la loro tragedia e trovando consolazione nelle fragilità dei loro dei. Ma la speranza, quella vera si trova altrove. Lo sanno bene gli abitanti di Naim che sono i personaggi del romanzo di Giorgio Ponte e di una storia vera troppo distrattamente narrata ancora oggi in tutto il mondo. La scoprirete solo leggendo Levi.
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