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C’era una volta il Giro d’Italia

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di Antonio Virduci – Il Giro d’Italia 2018 partirà da… Gerusalemme! Shalom, amici girini in rosa, sembrano dire quelli di Rcs (i padroni del vapore di Gazzetta dello Sport e Corriere della Sera) e accettate di buon cuore questo giro… largo che a maggio prenderà il via per la 101esima volta.
Sono finiti da tempo, e lo sapevamo già, i tempi della corsa in mezzo alle nostre case, alle nostre comunità, quelle tappe che dal profondo e assolato Sud Italia portavano fin lassù, su quelle Alpi ancora innevate a giugno che facevano trattenere il fiato e teneva incollata ai televisori un’intera nazione.
Non era solo agonismo: era il Giro d’Italia, appunto, e tutti noi restavamo estasiati nell’ammirare in diretta quegli scorsi favolosi del Belpaese.
Non era facile accontentare tutte le regioni in un Giro solo, in special modo nelle lontane e periferiche isole, ma anche in Calabria un paio di tappe ogni 5 anni e non di più erano già una manna.
Ora… Israele. La reazione del pubblico sui social? Un diluvio biblico, tanto per restare in tema, di proteste e non certo di apprezzamenti da parte del popolo amante delle due ruote. Ma non solo. La contestazione è unanime, tanto che coloro che governano le pagine social ufficiali della testata in rosa hanno in queste ore il loro bel da fare nel cercare di eliminare i commenti negativi a margine dei link.
La gente non l’ha presa bene e la domanda più pressante in queste ore è solo una: quanto hanno sganciato gli israeliani per “traslare” le prime tre tappe del Giro d’Italia dalle parti loro? E se anche fosse una bella somma – aggiungiamo noi – è giusto operare una scelta del genere per una semplice questione di budget, o dobbiamo credere anche noi a quella penosa storiella, che motiva il fatto di tale scelta prendendo spunto dall’opera di Gino Bartali che a suo tempo aiutò tante famiglie ebree a nascondersi dalla furia nazista?
Si badi bene: toccherà partire da Israele, ma è già la tredicesima volta che il Giro d’Italia parte da fuori dei nostri confini. Insomma, non è la prima volta, niente affatto, e chi scrive ha sempre contestato tale scelta, ergo evitare nel caso specifico di buttarla su grottesche questioni simil-razziali, ma non si può in nessun modo evitare di evidenziare che stavolta a Milano l’hanno fatta fuori dal vaso. Tutta fuori e non una parte!
Dal Giro d’Italia, quindi da Trieste a Trapani, gli ambiti giusti in cui dovrebbero scorrazzare gli atleti in due ruote, a fuori dei confini d’Europa. La deriva è chiara e avvilisce. Finiremo in Quatar (prossimi Mondiali), per non dire in Cina, forse come e meglio (si legga peggio) dei cugini ricchi del calcio che per disputare le finali nazionali (Coppa Italia e Supercoppa) sono sbarcati in tempi recenti a Pechino e Doah.
La globalizzazione dello sport ha vinto anche questa volta, in ossequio ai dettami del liberismo economico e del capitalismo più becero, ma la gente come non mai sta esprimendo a chiare lettere il proprio disappunto.
Per quanto mi riguarda, la decisione è presa ed in grande anticipo: a maggio tv spenta.
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