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Politica Estera

Referendum in Catalogna. E se il separatismo catalano fosse un’opportunità da cogliere?

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di Giorgio Arconte – È molto difficile comprendere il fenomeno del separatismo in Spagna  che in questi giorni sta tenendo banco soprattutto per il referendum che (forse) si terrà il primo ottobre in Catalogna per decidere l’indipendenza di Barcellona da Madrid.
È difficile capire questo desiderio separatista forse perché siamo abituati a vedere la Spagna storicamente come un blocco unitario, è addirittura una delle nazioni più antiche d’Europa nata nel 1469 dal matrimonio fra Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia. In realtà, anche nel 1469 è più giusto parlare di Spagne, al plurale, e non solo perché in Spagna – come in Italia – esistono da sempre realtà, popoli e lingue differenti organizzati in più Regni sovrani, ma soprattutto perché questa pluralità ha per secoli conservato la sua autonomia nell’unità, soprattutto in quel sistema feudale medievale che, pur non perfetto e con le dovute contestualizzazioni, può essere esemplare e di grande attualità nell’Europa unita di oggi. Questo sistema d’armonia ha cominciato ad incrinarsi con la nascita dei sistemi nazionali seguiti alla Rivoluzione francese e soprattutto al bonapartismo. In particolare la Spagna ha subito una rottura con il regime di Franco, il quale ha centralizzato tutta l’organizzazione statale annientando le autonomie regionali che, seppur debolmente, erano riconosciute fino agli anni ’30. Oggi le Comunità autonome della Spagna sono sancite dal titolo VIII della Costituzione del 1978, in un sistema non sempre coerente ed equilibrato e che, a quanto pare, sembra non essere sufficiente.
Da questo rapido ed insufficiente excursus è facile capire che non è possibile pensare la Spagna come un Paese monolitico ed uniforme e che le ragioni storiche ed identitarie non sono certamente un aspetto secondario sia per la Storia stessa, sia per le passioni umane. Chi, infatti, riduce la narrativa storica ad un mero processo economico trascura elementi addirittura determinanti. Quello che, quindi, dovrebbe realmente colpire e sorprendere del movimento separatista catalano, è il fatto che a cavalcare giuste istanze identitarie siano movimenti ideologizzati di matrice marxista: chi proclama l’uguaglianza non solo degli uomini ma anche dei popoli, chi proclama l’indifferentismo culturale (oltre che sessuale), in Catalogna cavalca anche una imponente battaglia identitaria. È un’evidente contraddizione, non si può essere al contempo mondialisti e identitari, e tale incoerenza deve necessariamente e senza pregiudizi portare alla riflessione, soprattutto gli ambienti cosiddetti sovranisti. Probabilmente in Catalogna la sinistra ha fatto propria una battaglia non sua semplicemente perché una certa destra – ancorata a visioni ideologiche distorte, a nostalgismi e alla volontà di ripristinare realtà antistoriche – ha lasciato vuoto un importante spazio che invece avrebbe dovuto riempire con molta naturalezza. Il problema è sicuramente culturale, la sovrapposizione arbitraria ma scorretta dei significati “nazionalismo” e “patriottismo” continua a creare forti malintesi con ricadute politiche importanti e per nulla costruttive.
Per chiarire la differenza essenziale fra questi due termini, usiamo le parole del nostro George Orwell: «Patriottismo, secondo me, significa attaccamento ad un luogo particolare e ad un certo modo di vivere, che si reputa essere il migliore al mondo, senza volerlo imporre ad altri. Il patriottismo è per sua natura difensivo, sia militarmente sia culturalmente. Il nazionalismo, al contrario, è inseparabile dal desiderio di potere». La Patria è una realtà naturale, ovvero è preesistente alla società perché, insieme alla famiglia, crea le comunità, per questo il patriottismo è anche un sentimento che da sempre anima la persona. Lo Stato-Nazione, con il suo centralismo amministrativo tipicamente moderno e liberale, invece, è una costruzione sociale abbastanza recente, nasce con la Rivoluzione francese, si afferma con il bonapartismo, e in Italia arriva con il Risorgimento ad opera della massoneria italiana e straniera.
Certo, qui stiamo radicalmente semplificando per ovvie ragioni di spazio, ma il quadro fornito, seppur con tutti i suoi limiti, aiuta a capire che chi fa dell’identità, della comunità, e della sovranità o addirittura dell’impero delle parole chiave per il suo impegno culturale e politico, non può acriticamente prendere a modello il sistema centralizzato figlio della Rivoluzione francese ma ha bisogno di altri riferimenti.
Il tema è di grande attualità, non solo perché noi italiani siamo figli della Patria dei cento campanili – violentanti dal Risorgimento – ma anche perché oggi viviamo la realtà dell’Unione Europea, un’altra costruzione fortemente centralizzata contro cui si fa sempre più forte la spinta sovranista. A questo modello occorre opporsi in chiave costruttiva, non basta semplicemente criticare e abbaiare, bisogna teorizzare valide soluzioni alternative. Recuperare, quindi, il tradizionale esempio feudale e imperiale del Medioevo per contestualizzarlo (e non restaurarlo) in un sistema di autonomie riconosciute che non neghi le unità nazionali ma valorizzi le specificità regionali; in una pluralità di sovranità garantite dal principio di sussidiarietà e non mortificate dalla burocrazia sovranazionale di Bruxelles; in un sistema europeo di tipo “imperiale” che non schiacci le realtà regionali e nazionali imponendo la sua (o di terzi) volontà, ma che abbia la capacità di servirle ed armonizzarle. Sussidiarietà è la parola chiave per costruire la tanto sognata Europa delle Patrie e dei popoli! Roma docet!
Guardiamo allora alla Catalogna con uno sguardo differente e meno pregiudiziale. Certo, le idee dei separatisti catalani sono sbagliate e poco hanno a che vedere con la difesa dell’identità, ma da questa loro battaglia chissà che la Storia non si possa aprire ad improvvise ed importanti svolte che siamo chiamati a raccogliere e a dominare culturalmente prima e politicamente poi.
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