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Politica Nazionale

Il referendum lombardo-veneto riapre la giusta sfida del federalismo

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di Giorgio Arconte – Domenica scorsa gli italiani della Lombardia e del Veneto sono stati chiamati alle urne per decidere, tramite referendum, se chiedere allo Stato centrale una revisione delle competenze regionali in senso autonomista o se l’assetto istituzionale dovrebbe rimanere intatto. La risposta è stata ampiamente una spinta verso l’autonomia delle due Regioni oggi motore dell’economia italiana. Ben 5 milioni di lombardo-veneti si sono recati alle urne e, al di là dei commenti che cercano di strumentalizzare da un lato e dall’altro il risultato, quest’ultimo resta un fatto che impone delle riflessioni. La volontà popolare, infatti, non può essere evocata solo quando occorre fare pomposi discorsi sulla democrazia, ma va affrontata ogni volta che ha l’effettiva capacità di esprimersi. Questo referendum ne è un caso, straordinario si può dire in tempi di disaffezione dalla politica.
Il referendum di domenica scorsa, dunque, riapre prepotentemente un tema fin oggi molto osteggiato per preclusione ideologica verso la Lega e, bisogna ammetterlo, le sue passate boutade secessioniste. Lo Stato centrale, figlio di una costruzione giacobina e socialista, quindi tipicamente di sinistra e massonica, sembra non essere più un assoluto tanto da dover lasciare spazio a nuovi assetti istituzionali che negli anni ormai certamente dovranno essere costruiti per “ammodernare” il Paese. Il termine “ammodernare” non è dei più belli ed affascinanti ma certamente un processo di cambiamento è necessario, non solo per i risultati espressi dal referendum, ma soprattutto per rimettere in moto la macchina Italia ormai inceppata da troppi decenni. Se l’Italia non vuole più restare una mera espressione geografica, deve recuperare il suo rapporto con i territori per renderli nuovamente protagonisti del proprio sviluppo.
Il Belpaese, si sa, è il Paese dei cento campanili abbattuti di un colpo e tragicamente con la rivoluzione del Risorgimento. L’Unità d’Italia, che comunque andava fatta, non fu un processo condiviso ma una vera e propria violenza soprattutto per il Sud e non solo. Questo è il male d’origine che adesso deve essere curato con la pillola della sussidiarietà, soluzione un tempo molto caro ad un’area politica ma da troppo tempo messa in disparte forse a causa del regionalismo giustamente combattuto negli anni passati. Le Regioni, bisogna ammetterlo, fatte le dovute e rare eccezioni hanno avuto risultati disastrosi e probabilmente non sono la via ideale. Tuttavia, un processo di autonomie riconosciute – che nulla hanno a che vedere con la secessione o con il tragicomico esempio della Catalogna in Spagna – può essere la scintilla per cominciare un processo di riforma istituzionale necessario e che piano piano possa portare al potenziamento non delle Regioni – ente, lo si ribadisce, fallimentare – ma delle Province e delle autorità comunali.
Magari il tutto potrà essere amalgamato con la nascita di macro-Regioni territoriali che facciano da cuscinetto fra gli enti locali autonomi e l’autorità statale (si può pensare a macro-Regioni divise in: Nord-Ovest; Nord-Est; Centro; Meridione; Sicilia; Sardegna), insieme ad un’auspicata svolta in senso presidenzialista. In questo quadro, l’elezione diretta del Capo di Stato risulterebbe una garanzia di unità nazionale proprio per la partecipazione popolare alla sua scelta.
La Patria è un valore irrinunciabile, la Nazione un principio non negoziabile. L’assetto istituzionale, però, è un meccanismo che può cambiare soprattutto perché, nella contingenza del tempo, deve calzare perfettamente come un abito sul proprio popolo. Lo sforzo della politica deve essere quello di cucire questo abito non secondo un progetto astratto ed ideologico di alta moda, ma su misura del corpo degli italiani che sono un unico popolo distribuito orgogliosamente su cento campanili che devono tornare bellissimi. La sfida è aperta!
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