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Politica Nazionale

Dal dramma calcistico alla riscoperta del buonsenso identitario

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di Antonio Virduci – In un Paese di calciofili accaniti ci voleva una clamorosa eliminazione della nazionale azzurra per scuotere le coscienze del popolo che una volta avremmo definito italico.
Potrebbe essere l’unico aspetto positivo di questo tracollo sportivo che, dopo sessant’anni o giù di lì, comporta la non partecipazione dell’Italia alla fase finale dei mondiali di calcio che nella prossima estate si terranno in Russia.
Un niet impostoci con grande smacco dalla Svezia, onesta selezione europea di non grandissimo spessore, ma che stacca il biglietto per la qualificazione senza aver rubato nulla a Buffon e compagni. Che sarebbe stata di quest’accozzaglia azzurra, una volta passato rocambolescamente il turno, lo possiamo ben immaginare. Tre partite appena e subito fuori, sulla falsariga o quasi di Brasile 2014 e Sudafrica 2010, tutte edizioni dei mondiali che per noi italiani possono facilmente cadere nel dimenticatoio, tranne però di quegli ultras che a San Siro hanno spinto gli azzurri con un cuore ed un entusiasmo che meritavano ben altro risultato, ben altro spettacolo ed anche ben altra considerazione! I tifosi italiani sono spesso maltrattati dalla stampa e dalla politica, a volte anche dalle società sportive, ma forse bisognerebbe guardare alla loro passione come un esempio per ritrovare un calcio umile e capace nuovamente di scaldare i cuori.
Fine delle considerazioni calcistiche. Dalla faccia di bronzo di Tavecchio, alla maschera di pietra di Ventura, dalle lacrime di Buffon al suo addio, al dare di matto di De Rossi in panca, tutto buono per le conferenze infinite da Bar Sport che per un paio di settimane imperverseranno in tv e in ogni altro luogo di incontro. Pace e bene, ma andiamo ora a considerare altri aspetti.
Colpisce, ad esempio, l’urlo del popolo del web a gara appena conclusa: tutti replicanti di Salvini, anche se in chiave calcistica, ovvero: “l’Italia ai giocatori italiani”“fuori gli stranieri (troppi) dal sistema calcio”Crescita dei vivai, valorizzazione e responsabilizzazione dei giovani, e naturalmente siluramento dei vertici tecnici e di governo della Federazione. Tolto quest’ultimo aspetto di politica sportiva, il resto rappresenta una sorta di sintesi di quanto solo una parte politica, ma sarebbe meglio dire una parte di pensiero, predica. Un pensiero in direzione ostinata e contraria, ma comunque avversato, inviso e combattuto da chi detiene il bastone del comando e tiene i fili del pensiero politicamente corretto, e quindi inclusivo, solidale e beatamente produttivo solo per una ristretta cerchia di approfittatori bellamente vestiti da operatori umanitari, questi sì belli, buoni e bravi. Eppure da ieri sera quelle frasi continuano a correre sulla bocca di tutti, da sinistra a destra, dai conservatori ai progressisti, dai fascisti ai comunisti. Per una sera tutti italiani, tutti identitari. Potenza e allo stesso tempo limite del calcio. Parole comunque di buonsenso e che potrebbero anzi dovrebbero essere ribaltate alla vita normale, alle cose di ogni giorno.
Chissà, quindi, che proprio il fallimento del calcio italiano riesca a far accendere la lampadina giusta nel pensiero della tantissima gente che in buona fede e sacrificio sta sopportando di tutto: dalla crisi del calcio a quella del lavoro e della famiglia, di tutto insomma. L’imposizione di un pensiero unico, la distorsione dei fatti a uso e consumo del potere, liquido quanto letale. Il due più due che qualcuno vuole faccia sempre cinque e guai se sommessamente vai a far notare che fa quattro.
L’auspicio, allora, che la nostra vituperata bandiera tricolore (basti pensare al sindaco di Messina e a ciò che compie ogni santo 4 novembre) torni a sventolare sui nostri balconi non solo durante le partite della nazionale. Aver praticamente criminalizzato o quanto meno ridicolizzato il senso nazionale, in ossequio ad un multiculturalismo liquido, con simboli in voga neutri quanto subdoli (leggi bandiera arcobaleno) è uno dei tanti vili crimini identitari commessi nei confronti del popolo.
Non è razzismo, non è xenofobia. Si tratta solo di buon senso in un Paese come l’Italia che è sotto attacco culturale ed antropologico già da tempo, stretto fra crisi economica da una parte, emergenza migratoria da un’altra e da un’Europa intenta a tutelare interessi sovranazionali che prescindono dal benessere dei suoi cittadini.
Cari italiani, siate tifosi sempre e non riponete nell’armadio la bandiera che ieri avete subito rimosso dal balcone. La partita vera la dobbiamo ancora giocare. Ne va del nostro futuro.       
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