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Cultura

Il libro. Cosa significa oggi essere di destra?

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di Pasquale Morisani – Abbiamo discusso del libro “Cosa significa oggi essere di Destra?” con il suo autore, Marcello de Angelis, nel corso di una piacevole serata estiva a Catania, poi il via alla lettura senza pensare ad appunti da annotare.
Magari qualche “orecchietta” a lato delle pagine più significative sarebbe bastata, risultato decine di pagine spiegazzate per segnare il passo su riflessioni significative, contributi essenziali per un laboratorio culturale e politico. Proviamo quindi a riportare qualche tratto del libro che Stanza101 porta nella valigia del politicamente impertinente.
Non è un tomo, duecento pagine in puro stile De Angelis: leggero e scorrevole, senza la presunzione di insegnare qualcosa a qualcuno ma allo stesso tempo coinvolgente; un libro che lasci ad un certo punto della giornata per riprenderne la lettura non appena ti concedi una pausa. Già dalla prefazione si avverte la forza di uno scritto che vale una testimonianza politica, vissuta con la tensione ideale del ribelle e che porta i segni indelebili di una gioventù di passione senza tempo, un’esperienza lontana dall’esaltazione, metabolizzata e trasformata negli anni attraverso quell’impegno culturale che nella rivista “Area” ha rappresentato un punto di riferimento per i tanti che hanno creduto nella stagione di Alleanza Nazionale e della Destra di governo.
Oggi Marcello ha racchiuso con una sintesi lo spaccato di una definizione – Destra – che appartiene alla storia; un termine che ha attraversato oltre un secolo racchiudendo, in una sorta di equivoco schieramento, esperienze diverse se non addirittura antitetiche, rappresentate proprio nel recente passato da un’etichetta che ha preteso di riunire partiti ed anime tra loro completamente diverse, dai socialisti ai conservatori, dai moderati ai liberali sino ai liberisti tricolori. I risultati sono tristemente noti.
Ma cosa significa oggi essere di Destra? Un titolo che suona anche come una provocazione utile ed argomentata, per fugare elucubrazioni spesso equivoche che chiamano a raccolta forze più o meno moderate in una logica di percentuale elettorale vincente. Una sorta di “non-luogo estremamente affollato”, come lo definisce l’autore, che al momento del potere governativo non ha saputo (voluto?) superare il complesso di sudditanza alle lobbies burocratiche, dimenticando la grande sfida dal cambiamento con una “resa ai mandarini rossi” che hanno così continuato a governare a dispetto di Parlamento e Ministeri a guida centrodestra.
Una riflessione demiurgica quella di Marcello, che in una serie di capitoli passa in rassegna il fascino di un sentire popolare di Destra sinonimo di ordine, famiglia, tradizioni, ed i limiti di una definizione politica più novecentesca che attuale; un centrocampo elettorale spesso abusato e rispetto al quale ci si sforza cercando una dimensione anacronistica; spicca la sintesi del titolo come uno stimolo verso la ricerca, un viaggio nella definizione di un mondo che ha perso (come sosteneva Almirante ) la battaglia delle parole cedendo lo spazio strategico ad una sinistra che, già nell’immediato dopoguerra, ha capito e saputo definire un perimetro culturale che le ha consentito l’uso, in esclusiva, di definizioni, di classificazioni umane, politiche, giudiziarie, storiche, additando come buono o cattivo, mistificando e strumentalizzando attraverso l’uso di “parole chiave, una sorta di lessico del pensiero dominante”.
Ironica la parentesi sul termine “populista”, un tempo termine caro alla sinistra e oggi demonizzato dagli stessi progressisti.
Efficace l’analisi del “mito delle minoranze” e della “discriminazione positiva”, una tecnica elaborata e diffusa sin dagli anni 60’ in America per legittimare una visione deformante sulla natura delle definizioni contrapposte tra normale ed anormale, maggioranze e minoranze. Una tecnica che ha solo alimentato contrapposizioni e rivendicazioni su artefatte definizioni di classe e addirittura di genere sessuale.
Un contributo di riflessione, educativo e non solo politico, il capitolo sulla differenza tra “Libertà e liberazione”, concetti volutamente confusi ed utilizzati dalla didattica ideologica, accantonando principi di responsabilità e consapevolezza per alimentare atteggiamenti edonistici e libertari, pericolosamente accompagnati da sentimenti di ostilità e rivalsa nei confronti di culture e identità additate come male assoluto.
Avanti nel libro: “l’IO nemico del NOI – un tocco di spessore umano”, una parentesi dedicata al concetto fondante di Comunità, una raffigurazione semplice nella sua definizione, sempre attuale; una testimonianza, di chi ha rappresentato il NOI con la militanza, da trasmettere ai giovani come un patrimonio da coltivare. Da recapitare ai tanti, troppi, esibizionisti supponenti ed autoreferenziali dei nostri giorni.
Ma è nel sottotitolo del libro, “alla ricerca di un popolo disperso e di una nazione negata”, che si trova la traccia attualissima del viaggio di Marcello, la definizione sofferta e realista di “orfani senza nazione”, l’interrogativo sulla definizione di Stato, l’immagine di una Terra senza Padri. Questo è il campo di pensiero da cui partono le righe più suggestive segnate da una scrittura che affascina senza orbelli, parlando del lavorio necessario per il via ad una stagione di riscatto e rinnovata volontà politica, fuori dalle definizioni di destra e sinistra superate dalla storia e dall’antipolitica. È tempo per la definizione di un confine, di una traccia che segni linee per un’identità sovrana da contrapporre al mito globalizzazione e progressista al servizio del potere finanziario. De Angelis scrive come se parlasse, nel segno di una rivoluzione conservatricesentita dagli italiani come necessità a servizio del Popolo e della sua cultura.
Mentre i rappresentanti di quelle forze che, anacronisticamente e per utilità elettorale, discutono di una possibile coalizione di centro destra, nelle ultime pagine De Angelis chiude mettendo nero su bianco il pensiero di molti, per non dire tutti, feriti e delusi da una stagione di governo fallito che ha consegnato l’Italia ai tecnocrati; scrive Marcello: “l’esperienza recente ci ha insegnato che quando si vuole vincere a tutti i costi si arriva forse nelle stanze del potere, ma chi ci arriva è radicalmente diverso da quello che era partito: anche quando ha la sessa faccia e porta lo stesso nome. Meglio perdere le elezioni che perdere se stessi. Se si perde una battaglia si può tentare di vincere in seguito, se si tradisce se stessi pur di vincere, hanno vinto comunque gli altri e non ci sarà più un’occasione di rivincita”.
Parole da sottoscrivere!
Segue a questo modesto contributo la buona intenzione di diffondere ed argomentare con Marcello tanti altri spunti tratti dal suo Libro, in occasione di un incontro aperto a tutti coloro cha hanno a cuore, al di la di strategie e posizionamenti elettorali, la buona Politica e il futuro della nostra Comunità nazionale.
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