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Cultura

Gene Gnocchi, i maiali, la Petacci e le miserie radical chic

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di Antonio Giuseppe D’Agostino – «È un maiale femmina, si chiama Claretta Petacci. Ha un anno e mezzo e potrebbe essere candidata in un collegio del Nord», e giù risate e applausi anche delle donne presenti.
Al di là di qualsiasi possibile impostazione ideologica, fra fascisti e antifascisti (sic, ndr), la battuta di spirito di Gene Gnocchi, all’interno della trasmissione “di Martedì” su LA7, sembra davvero disgustosa e priva di senso. Non sorprende, però, l’ennesimo silenzio dei vari movimenti femministi pronti ad indignarsi si, ma solo a comando.
L’ipocrisia e le contraddizioni politicamente corrette dei radical chic ormai sono cosa nota e miserevole.
Chi voleva attaccare il comico: i fascisti, ormai presenti ovunque? La Meloni o la stessa Petacci? Perché riaprire una piaga storica che fa male anche all’Italia post-fascista e partigiana visto che su Claretta Petaci all’epoca del suo omicidio non pendeva nessun ordine di cattura né condanna?
L’unica colpa di quella donna fu quella di essere legata ad un amore maledetto per Benito Mussolini. Un sentimento combattuto, lacerante, passionale, che l’ha spinta fino ad abbracciare la bieca mietitrice vestita di rosso partigiano.
Chiunque voglia provare a fare delle ricerche, troverà sempre scritto che il suo omicidio fu dovuto o al suo tentativo di evitare l’assassinio dell’amato, oppure in quanto testimone scomoda di quel gesto culminato nella turpe e ignominiosa esposizione dei corpi a Piazzale Loreto.
Di qui il dubbio assoluto: perché fare dell’ironia spicciola su di una donna che ha sofferto il suo amore per un dittatore e che con lui ha vissuto anche la morte?
Scriveva il poeta Ezra PoundManes fu conciato e impagliato / così Ben e la Clara a Milano / per i calcagni a Milano / che vermi mangiassero il torello morto / ma il due volte crocefisso / dove lo trovate nella storia? / Eppure dite questo al Possum: con uno schianto, non una lagna / per costruire la città di Dioce / fa parte del processo anche la pioggia.
Parole di sdegno e di pietà per un’azione che oggi pone dubbi anche agli storici (non agli storicisti o ai cantori di favole) che a denti stretti affermano: uccidere Mussolini fu un atto che non rappresentò la vera giustizia; vilipendere il suo corpo, profanarlo, ha rappresentato il più barbaro istinto dell’uomo. Figuriamoci quello che accadde a Claretta!!!
In pochi questo riescono a comprenderlo, ancora oggi, ammaliati dalle rancorose frasi che hanno portato l’Italia repubblicana a una guerra civile che fino agli anni novanta ha mietuto vittime fra i suoi figli più giovani.
Hazet 36 fascista dove sei“, “uccidere un fascista non è reato“, “10, 100, 1000 Ramelli“, “morte al Fascio“, “a Piazzale Loreto c’è ancora posto“, sono solo alcune delle frasi che ancora oggi vengono pronunciate in nome e per conto di quella stessa ideologia che poi cita il Mahatma GandhiMartin Luter KingJane AddamsRosa Luxemburg, salvo poi attaccare Margherita Hack per avere affermato «le conquiste sociali fatte sotto il fascismo oggi ce le sogniamo, il che è tutto dire. Non si trattava solo dei treni in orario. Assegni familiari per i figli a carico, borse di studio per dare opportunità anche ai meno abbienti, bonifiche dei territori, edilizia sociale. Questo perché solo dieci anni prima Mussolini era in realtà un socialista marxista e massimalista che si portò con sé il senso del sociale, del popolo. Le dirò, in un certo senso il fascismo modernizzò il paese. Nei confronti del nazismo fu dittatura all’acqua di rose: se Mussolini non avesse firmato le infamanti leggi razziali, sarebbe morto di morte naturale come Franco. Resta una dittatura, ma anche espressione d’italianità. Bisognerebbe fare un’analisi meno ideologica su questo».
Una lucida riflessione, come quella sul marxismo («voleva inquadrare tutti, a me non va bene. Il Sovietismo è stato una dittatura vergognosa. Il mio socialismo persegue la giustizia sociale»che le costò una reprimenda ideologica oscena che mette in evidenza come, ieri e oggi, quella tanto decantata democrazia italiana, quella che si ammanta ancora di essere libera ed antifascista, ma che nasconde fin troppo bene la sua vera indole.
Una disposizione dell’anima che cela violenza e intolleranza, un temperamento fazioso a cui non è possibile rispondere se non con le parole della canzone “Claretta e Ben” dei 270Bis: è difficile/ ma ci credo/ piovon fiori su piazzale Loreto.
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